L’Antica Roma e il Fascismo. Tutte le differenze

Stampe di Roma

Fascismo e Roma antica: un parallelo che ritorna continuamente nello studio della storia. Un tandem che si ripete troppo spesso e che, dal punto di vista tecnico, è del tutto errato.

In questo articolo, vogliamo spiegare nel dettaglio le motivazioni per cui il fenomeno del fascismo italiano non può essere minimamente connesso alla romanità classica, per via di una profonda differenza nell’approccio e nel pensiero politico.

La propaganda fascista sulla storia di Roma

Il problema nasce esattamente dalla propaganda fascista, che nel corso della sua storia si ispira e rifà costantemente alla romanità e che si propone come una riedizione di quegli antichi splendori, rievocandone continuamente i simboli.

“Dopo secoli, l’impero riappare sui colli fatali di Roma” ebbe a dire Mussolini durante il comizio del 9 maggio 1936, mentre nel frattempo accostava la sua figura a quella dell’imperatore Augusto.

Una manovra culturale volta ad esaltare il potere fascista, che tuttavia crea un parallelismo tecnicamente insostenibile.

Il mito dell’uomo forte al comando

La prima fondamentale differenza è l’uomo forte e solo al comando: il duce.

Dopo la marcia su Roma del 1922, l’incarico di Governo conferito dall’allora Re Vittorio Emanuele III a Benito Mussolini e l’assassinio di Matteotti (1924), la stragrande maggioranza dei partiti italiani nel Parlamento si ritirarono.

Si trattò di una operazione nota come “Ritiro sull’Aventino”, in memoria di un atto di protesta compiuto dai plebei romani secoli prima.

Nelle intenzioni dei partiti, vi era il blocco dell’attività parlamentare. Ma il risultato fu la consegna del potere nelle mani esclusive di Mussolini.

Il Duce, si ritrovò così a governare un intero paese senza che l’incarico venisse conferito, vigilato e rinnovato da un Parlamento funzionante e da una pluralità di partiti politici diversi che decidono, a maggioranza, un leader.

Questo concetto era del tutto inaccettabile per i romani.

I romani, sia chiaro, si sono affidati ad un uomo solo. Accadde per tutto il periodo della monarchia, una fase tuttavia superata di cui i romani temevano il ritorno.

Dalla nascita della Repubblica in poi, le assemblee legislative e i comizi politici, affidano l’incarico di guidare lo Stato a due consoli, uno patrizio e uno plebeo.

I consoli comandavano a giorni alterni, si controllavano l’uno con l’altro e il loro mandato terminava dopo un anno.

Anche la figura del Dittatore presso i romani aveva un significato diverso. Il Dittatore è un magistrato straordinario nominato dal Senato con l’incarico di risolvere una specifica emergenza, il cui potere è limitato dall’eventuale veto del tribuno della plebe e che deve rimettere il mandato entro e non oltre i 6 mesi.

Persino la figura dell’Imperatore non è simbolo di potere assoluto. Si tratta in realtà di un supremo garante e protettore militare della Repubblica, il cui ruolo e le cui funzioni devono essere sempre monitorate da un Senato, con tutte le fazioni politiche rappresentate.

Tutti gli uomini che accumulano un potere eccessivo, e soprattutto svincolato dal parere delle assemblee, vengono letteralmente neutralizzati: da Scipione Africano, tramite una serie di processi, a Giulio Cesare, eliminato fisicamente.

I romani, insomma, non accettano un Rex, un Duce in grado di prendere il comando e di gestirlo senza doverne rendere conto.

Il dibattito politico

Un altro elemento di profonda distinzione fra i due periodi è il dibattito politico.

Con il divieto di costituire e presentare alle elezioni dei nuovi partiti, il Fascismo abolisce di fatto il normale confronto politico e diventa un regime totalitario a tutti gli effetti.

E’ tecnicamente vero che lo stesso partito fascista aveva al suo interno delle diverse correnti, tuttavia era impossibile contrapporre qualsiasi altra forza politica con una visione diversa della società.

Anche questo profondamente impensabile per i romani.

Il cittadino romano non poteva costituire un partito personale nè organizzare delle proteste o degli scioperi, ma poteva far sentire la sua influenza attraverso le clientele, ovvero dei legami con dei patrizi che li avrebbero rappresentati nelle assemblee.

Nella romanità non mancò mai infatti la dialettica politica, anche feroce, nelle assemblee e tra fazioni e famiglie diverse. Fu proprio questo continuo incontro e scontro a generare quella filosofia, politica e diritto che ancora oggi è di esempio per le nazioni.

L’influenza sulla politica

La personalità di Benito Mussolini influenzò fortemente quella di Adolf Hitler. Fu il fascismo a costituire ispirazione per il nazionalsocialismo.

Ma con l’evolversi degli eventi e le prime vittorie della Germania nazista in Europa, i rapporti si rovesciarono e Mussolini, benchè inizialmente perplesso sull’entrata in guerra dell’Italia, si lasciò convincere.

Addirittura, l’accordo con la Germania prevedeva di aprire le ostilità di lì a qualche anno, per dare il tempo all’esercito italiano di prepararsi, ma Hitler forzò la mano, promettendo in cambio supporto logistico.

Conosciamo tutti le disastrose conseguenze dell’entrata in guerra del nostro paese.

I romani non avrebbero invece mai consentito ad un alleato di influenzare e difatti decidere la propria politica estera.

E questo non solo all’apice della potenza imperiale, ma anche agli albori della loro storia.

L’antica Roma monarchica, fortemente influenzata dal mondo etrusco, combatte e ottiene l’autonomia, nonostante un indebolimento oggettivo senza l’appoggio dell’Etruria, allora la principale potenza italica.

La questione razziale

Il fascismo non nasce come movimento razzista. Ma la collaborazione prima e l’imposizione poi del regime nazista, portano Mussolini a promulgare nel 1938 le leggi razziali, accompagnate dal “Manifesto della Razza” una vera presa di posizione culturale degli intellettuali fascisti dell’epoca.

Gli ebrei subiscono una serie di pesanti limitazioni basate sulla pura discriminazione di razza e provenienza.

Un altro concetto del tutto estraneo all’intera storia romana, dove non verranno mai fatte distinzioni su base razziale.

Dai popoli italici, già diversi fra loro, che vengono uniti sotto l’egida di Roma, alle province, dalle quali provengono imperatori meticci come Traiano (misto italico-ispanico) o Settimio Severo (italico-berbero-punico).

Persino le guerre giudaiche contro gli ebrei non avverranno mai, come talvolta si racconta erroneamente, per razzismo, ma per una totale incomunicabilità religiosa tra i due mondi che porta le conseguenze all’estremo.

Ma anche gli ebrei saranno una minoranza rispettata e destinataria di alcune leggi specifiche per una loro pacifica convivenza nell’impero.

Lo sfruttamento coloniale

Il fascismo avviò una serie di conflitti per la costruzione dell’impero italiano, conquistando colonie dalla Libia all’Abissinia fino all’Etiopia.

Il regime attuò una politica coloniale per ragioni sociali (ricollocare italiani migranti) o di propaganda, ma con l’obiettivo di sfruttare quei territori, senza la possibilità di assimilare i “conquistati” nella società italiana.

Impensabile un libico o un etiope diventare un cittadino italiano con pieni diritti e possibilità di carriera politica a Roma.

Del tutto diverso dalla ben nota società inclusiva della Roma antica, che permetteva una scalata sociale che partiva dalla condizione di schiavitù, per arrivare al liberto (uno schiavo affrancato i cui figli erano automaticamente cittadini romani) e così via attraverso i diversi gradini sociali.

Due approcci, uno di classico sfruttamento coloniale ad esclusivo vantaggio dello Stato centrale, l’altro di assimilazione e sviluppo di una provincia che si avviava a diventare parte integrante dell’impero, al netto di soprusi che avvennero nell’uno e nell’altro caso.

L’opera di “fascistizzazione” della storia romana da parte del regime mussoliniano è dunque un processo altamente dannoso che tuttora grava sulla storia dell’antica Roma.

I danni fascisti alla storia romana

Ancora oggi, simboli propri della romanità come il fascio littorio, emblema del potere dei consoli, non può essere esibito in pubblico per motivi precauzionali, così come alcuni luoghi comuni (come il saluto romano a braccio teso, in realtà inesistente nell’antichità) sono duri a morire.

E ancora di più, la commistione fra personali convinzioni politiche odierne e storia, genera una visione straordinariamente distorta, lontana dalla lungimiranza, seppur brutale, del mondo romano.

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