L’assedio di Gerusalemme del 70 d.C e la distruzione del Tempio

Stampe di Roma

L’assedio di Gerusalemme del 70 dopo Cristo è uno scontro avvenuto nell’ambito della prima guerra giudaica (66-70 d.C) tra i legionari romani guidati dal generale Tito e i ribelli Giudei asserragliati all’interno della loro capitale.

L’assedio, durato oltre tre mesi, si concluse con una piena vittoria romana. Anche se l’operazione militare costò un elevato numero di vittime, si concluse con la profanazione e la distruzione del tempio sacro, oltre al furto del candelabro a sette bracci sacro per gli ebrei, la Menorah.

I rapporti tra Romani e Giudei

I rapporti tra i romani e i giudei erano cominciati con l’intervento del generale Gneo Pompeo, che nelle sue campagne orientali del 63 a.C. si era intromesso nella guerra civile che dilaniava quel popolo.

Le vittorie di Pompeo lo avevano portato ad addentrarsi fino alla capitale Gerusalemme, che in quella occasione venne risparmiata dal generale romano, che rispettò la sacralità del luogo.

Nel corso degli anni successivi, la Giudea venne gradualmente trasformata in provincia grazie alla mediazione del Re Erode il grande, un sovrano gradito all’amministrazione politica romana che guidò la regione con relativa saggezza.

Erode fu autore di diverse splendide costruzioni, tra cui lo sfarzoso Palazzo che portava il suo nome e altre meravigliose infrastrutture nella città di Gerusalemme.

Il principale problema che Roma riscontrò nella gestione della provincia, fu dovuto all’inadeguatezza dei suoi amministratori.

Gli uomini politici e i governatori inviati da Roma per amministrare il territorio, non conoscevano appieno le dinamiche della popolazione nè le caratteristiche della religione ebraica, che era invece di vitale importanza per i Giudei.

Gli emissari di Roma non riuscirono neppure ad entrare efficacemente in contatto e in collaborazione con le elìte nobiliari del luogo. Questo rendeva la Giudea una provincia fortemente instabile e puntualmente ricca di rivolte e ribellioni.

Un segno tangibile della poca esperienza degli amministratori romani si verificò nel 66 d.C, quando per via di una incomprensione con le autorità romane, un gruppo di ribelli sollevò dei trambusti nella città di Gerusalemme. L’allora governatore, Gessio Floro, reagì in maniera straordinariamente dura, inviando rapidamente un contingente militare per sedare la rivolta.

L’azione di Floro si tradusse nella morte di oltre 3600 giudei, ed ottenne l’effetto controproducente di allargare la rivolta a tutta la provincia, costringendo Roma ad un intervento su vasta scala.

Nel 66 d.C l’imperatore Nerone inviò i suoi due migliori generali, Vespasiano e Tito, per riprendere il controllo della provincia. I guerriglieri Giudei non affrontarono i romani con grandi battaglie risolutive, ma basarono la loro strategia sul metodo della guerriglia, frazionando gli scontri in tutto il territorio e rendendo particolarmente difficile sedare la rivolta.

Vespasiano e Tito furono così impegnati in una situazione particolarmente difficile e straordinariamente costosa in termini di legionari impiegati e di risorse economiche.

La situazione ebbe un battuta d’arresto alla morte dell’imperatore Nerone. Deceduto senza ulteriori eredi, si aprì per Roma il famoso “Anno dei quattro Imperatori”, in cui i contendenti alla carica si affrontarono militarmente più volte.

Al termine di quest’anno di grande instabilità militare e politica, fu proprio Vespasiano ad avere la meglio e sul territorio di Giudea rimase in carica il generale Tito, che ottenne l’incarico di stroncare definitivamente la rivolta e riportare la pace nel territorio.

A Tito vennero affidate 4 legioni a pieni ranghi, oltre ad un gran numero di soldati ausiliari e di truppe reclutate sul territorio che si erano aggiunte alla compagine romana, soprattutto per un senso di rivalità nei confronti dei ribelli.

La struttura di Gerusalemme antica

Il generale Tito partì con il suo contingente militare seguendo tre linee d’attacco. Sotto il suo diretto comando, la legione dodicesima e quindicesima partì dalla Samària per attaccare Gerusalemme da settentrione.

Da est venne fatta avvicinare la decima Fretensis, che era partita da Gerico e aveva rapidamente colmato lo spazio che la separava dalla capitale della Giudea.

Da Occidente partì, dalla città di Emmaus, la quinta macedonica. La città nemica fu così rapidamente attaccata da più fronti, per minimizzare le possibilità di organizzazione e reazione dei ribelli.

Gerusalemme sorgeva incastonata in una serie di valli antichissime, più volte citate nei testi sacri e dal Vangelo. A nord-est si stagliava la valle di Giosafat, mentre ad est la famosa valle dei Cedri, alle cui spalle vi erano i monti degli Ulivi.

A sud, la valle di Hinnom e ad ovest la valle di Gihon. Queste ampie vallate permettevano a Gerusalemme di essere rifornita da numerosi corsi d’acqua, che garantivano alla città una ottima autonomia, soprattutto in caso di assedio.

Era una metropoli antichissima ed estremamente vasta, organizzata in ampi quartieri che si erano accresciuti nel corso del tempo.

Il centro nevralgico era il suo sfarzoso tempio circondato da un ampio spiazzo e da poderose mura: all’interno, il sacro candelabro a sette bracci della Menorah, il principale simbolo di tutta la religione ebraica.

A nord-est del tempio, si stagliava la fortezza Antonia, costruita per garantire la sicurezza alla zona sacra e che fungeva da estremo baluardo di difesa e di osservazione del territorio circostante.

Ad occidente di questo complesso si stendevano due quartieri: quello più settentrionale era la residenza delle elìte ebraiche, il quartiere dei nobili, che deteneva il controllo politico della città.

Mentre più a sud le case popolari, dove risiedeva la maggior parte della popolazione, che costituiva un ampio sobborgo densamente popolato.

Nel corso degli anni, Gerusalemme aveva inoltre conosciuto un’ulteriore espansione verso settentrione: si era così formato un ulteriore quartiere definito “Seconda città“, anch’esso protetto da importanti opere murarie.

Ancora, un nuovo allargamento verso Nord aveva generato la cosiddetta “Città Nuova“, anche lei protetta da poderose mura.

Ognuna di queste cinte murarie era alta almeno nove metri e rafforzata da numerosi bastioni, ma non solo: diverse aperture nascoste consentivano ai Giudei di eseguire rapidissime sortite all’esterno contro un eventuale aggressore.

Gerusalemme si presentava così come una città straordinariamente difficile da assediare e da conquistare, come la storia successiva dimostrò pienamente.

I primi scontri a nord e ad est

Il primo ad arrivare sul posto, da settentrione, fu il generale Tito con le sue due legioni. Vennero immediatamente approntati un paio di accampamenti a distanza di sicurezza, mentre lo stesso Tito, con un contingente di 600 cavalieri, compì una prima ricognizione per individuare i punti deboli della città.

Già in questa fase, l’esercito romano fu messo a dura prova: mentre la colonna di cavalieri guidata da Tito stava compiendo una passaggio vicino alle fortificazioni a settentrione, due colonne di Giudei uscirono da alcuni passaggi e attaccarono il contingente romano.

I Giudei furono in grado di isolare e circondare alcuni cavalieri, lasciando il generale Tito completamente disorientato e staccato dal resto del proprio contingente.

Tito, valutata la situazione, decise di eseguire una coraggiosa carica di cavalleria direttamente contro i Giudei, con sprezzo del pericolo, riuscendo a disimpegnare i cavalieri che erano stati circondati e salvandoli da morte certa.

Anche l’avvicinamento dei legionari romani verso la parte orientale della città non ebbe sorti migliori. Mentre erano impegnati a costruire l’accampamento, i Giudei eseguirono una seconda sortita.

I legionari vennero colti completamente di sorpresa. Tito, con la sua cavalleria, riuscì a stabilire una linea di difesa che dovette sopportare due ondate di attacchi Giudei: per poco i legionari non furono completamente annientati.

L’estrema situazione di pericolo si risolse nel momento in cui una parte dei legionari riuscì a completare l’accampamento. I soldati ripiegarono rapidamente all’interno delle loro costruzioni, così come i Giudei, che tornarono sui loro passi e riguadagnarono la città.

L’attacco occidentale e la presa della Città Nuova

L’estrema aggressività dei Giudei aveva già avuto effetti sul morale dei legionari. Per questo motivo, Tito valutò che il lato est della città fosse troppo pericoloso e difficile da assediare e scelse di concentrare i suoi sforzi sulla zona occidentale di Gerusalemme.

Finalmente, i legionari romani eseguirono un primo vero attacco alla cinta muraria: i soldati utilizzarono delle rampe per colmare il dislivello con le mura su cui venivano issate degli arieti e delle torri.

I Giudei utilizzarono ancora una volta le loro porte nascoste per attaccare i legionari sui fianchi. I soldati romani si trovarono così a dover costruire e movimentare le opere d’assedio mentre venivano attaccati frontalmente e ai fianchi, in momenti di estrema concitazione e di pericolo.

Nonostante la grandissima resistenza dei Giudei, i romani riuscirono a bucare la prima cinta muraria e a conquistare la cosiddetta “Città Nuova”, all’interno della quale posizionarono un accampamento provvisorio, che sarebbe stato il punto di riferimento di ogni attacco successivo.

La presa della Seconda Città

Ora, l’obiettivo dei romani era quello di conquistare la “Seconda città“: Tito concepì uno sfondamento diretto contro la porta principale.

Una prima azione sembrò avere successo: i legionari riuscirono a penetrare all’interno della seconda zona di Gerusalemme. Ma un’improvviso attacco dei Giudei, che sbucarono dal reticolo di viuzze della zona, costrinsero la colonna romana ad una ritirata strategica e ad un nuovo acquartieramento all’interno del loro accampamento, per resistere alla furia dell’avversario.

Un secondo tentativo, condotto alcuni giorni dopo, ebbe più successo. Si trattò di un attacco multiplo, che riuscì a bucare la cinta muraria in più punti: i romani riuscirono così a conquistare la seconda città, pur se con un enorme sforzo.

La situazione, a questo punto, vedeva la metà della città di Gerusalemme ormai a disposizione dei Romani e l’altra metà ancora nelle mani dei Giudei. Rimanevano però da conquistare le zone più importanti ed impervie, come il quartiere nobiliare, la fortezza Antonia e, soprattutto, il Tempio sacro.

La lotta sulla fortezza Antonia

Tito diede ordine di attaccare su due fronti: il primo doveva sfondare le mura del quartiere nobiliare, mentre il secondo aveva come obiettivo la conquista della fortezza Antonia.

Per conquistare quest’ultima, i legionari romani costruirono nuovamente una serie di rampe e di enormi torri di assedio.

Ma i giudei risposero con una tecnica innovativa ed imprevista: ebbero l’idea di scavare un lungo tunnel sotterraneo che, superando le mura della fortezza Antonia, arrivò a posizionarsi perpendicolarmente al di sotto delle rampe romane.

Appiccando il fuoco alla parte terminale del tunnel, il calore si propagò rapidamente attraverso la rampa romana facendola crollare, e distruggendo tutte le opere di assedio, vanificando il lavoro dei legionari.

La situazione non era migliore sul fronte del quartiere nobiliare, dove una sortita dei Giudei era riuscita a distruggere le opere d’assedio. I legionari si salvarono nuovamente grazie ad un intervento di cavalleria, guidata da Tito.

Nonostante la conquista di una buona metà di Gerusalemme, il morale dei legionari romani era piuttosto basso: soprattutto per l’enorme fatica e la doppia sconfitta che avevano appena subito.

Tito pensò dunque che fosse arrivato il momento di affamare gli avversari. Indisse una piccola gara: la squadra di soldati che avrebbe costruito più rapidamente una porzione di muro per isolare i Giudei, avrebbe avuto dei vantaggi e dei premi una volta conquistato il bottino.

Spinti da questa rivalità interna, l’esercito romano approntò in 3 giorni una circonvallazione di 8 km che circondò l’intera città: entro poche settimane i Giudei iniziarono a patire ferocemente la fame.

Le cronache parlano di condizioni estreme: i cadaveri iniziarono ad accumularsi per le strade, i superstiti mangiarono ogni tipo di animale, fino ad episodi di puro cannibalismo.

Mentre la fame affliggeva i Giudei, un evento del tutto imprevisto giocò in favore dei romani.

Il tunnel che era stato costruito per disinnescare le rampe romane, con l’effetto della pioggia, ebbe l’effetto di far crollare inaspettatamente una parte delle Mura della fortezza Antonia.

Si aprì così per l’esercito romano una importantissima possibilità di penetrare in una zona strategica di Gerusalemme. Gli scontri ripresero durissimi: un primo attacco attraverso i resti delle rampe e delle mura della fortezza, fu respinto dai Giudei, in quanto capaci di rifornire e alternare gli uomini con maggiore efficacia rispetto ai legionari.

Un secondo attacco notturno fu ancora più frustrante e confuso: i Giudei avevano rubato le armature dei legionari caduti precedentemente e le avevano indossate per disorientare gli avversari.

Gli scontri continuarono tutta la notte nella ferocia e nella confusione più totale.

L’arrivo del mattino giocò a vantaggio di Tito: i suoi uomini riuscirono mano mano a distinguere con maggior precisione gli avversari dai loro commilitoni.

Dopo giorni di lotte, la fortezza Antonia venne quasi completamente rasa al suolo e i romani riuscirono finalmente a toccare le mura difensive del tempio.

Le battaglie del Tempio

Questa parte dell’assedio si divide in più scontri successivi chiamati “battaglie del Tempio”.

Semplificando, in un primo momento i romani riuscirono a creare una breccia nella zona nord-est, ma le aperture erano ancora troppo ristrette per utilizzare efficacemente il gladio e combattere con successo.

Alcune rampe che vennero costruite per raggiungere la stessa altezza delle mura furono in realtà portatrici di morte.

I Giudei, con una finta ritirata, lasciarono che i romani arrivassero a conquistare una porzione delle mura per poi dare fuoco all’intera struttura: un inferno di fiamme che carbonizzò i legionari e che portò i romani a rinunciare e a ritirarsi, per rimandare l’attacco ai giorni successivi.

Come molte altre volte nella storia, fu l’instancabile determinazione e la costanza a consegnare il successo ai romani.

Nei giorni successivi, i legionari attaccarono nuovamente, allargando gradualmente la breccia nelle mura e riuscendo a distribuirsi meglio nel grande spiazzo antistante al tempio.

La zona attorno al luogo sacro, si trasformò così in una enorme arena di combattimento, con i romani sul lato occidentale e i giudei a protezione del tempio.

Esattamente in questa fase della battaglia accadde un fatto significativo: i Giudei sacrificavano ogni mattino dei capri al loro Dio per chiedere protezione e sostegno contro l’esercito invasore.

Ma proprio in quei giorni, con i romani vicinissimi, venne sacrificato l’ultimo capro a disposizione. Con il termine dei sacrifici, fra i giudei si diffuse la paura e il sospetto di essere stati abbandonati dalla loro divinità.

La lotta del tempio fu estenuante, si protrasse per diversi giorni e ancora una volta furono le cariche di cavalleria di Tito a consentire ai legionari di guadagnare terreno.

La situazione ebbe una svolta quando i romani riuscirono a schiacciare l’esercito giudeo contro le mura del tempio limitando la loro possibilità di manovra.

Lì, nel bel mezzo dei combattimenti, avvenne in maniera quasi fortuita che un paio di legionari appiccarono il fuoco ad una porzione del tempio.

Rapidamente, le fiamme divamparono, mangiando in poche ore tutte le bellezze che da secoli erano conservate all’interno dei luoghi sacri.

Per il tempio di Gerusalemme fu la fine: i legionari penetrarono in ogni dove e riuscirono, abbattendo ogni tipo di avversario, ad impadronirsi della zona più sacra di Gerusalemme.

Qualche giorno dopo, come fosse il passaggio di un testimone, i legionari romani acclamarono Tito, e nella stessa piazza dove si erano svolti i sacrifici al Dio dei Giudei, vennero compiuti gli stessi atti in favore degli Dei romani.

La conquista degli ultimi quartieri

Dal lato occidentale del tempio i romani penetrarono nel quartiere popolare: si scatenò una serie di combattimenti feroci e macabri.

Le strade erano disseminate di cadaveri mentre l’odore di putrefazione si spandeva a metri di distanza.

Le case basse e le piccole viuzze erano perfette per continui agguati ed imboscate contro i legionari, che dovettero battere a tappeto tutto il sobborgo, sterminando ogni avversario sul loro cammino.

Nell’arco di pochi giorni, la città di Gerusalemme era quasi completamente capitolata: rimaneva da conquistare solo il quartiere nobiliare, con i capi della resistenza.

In questo caso, Tito optò per due linee di attacco: la prima avvenne dall’esterno della città. Per abbattere le ultime mura vennero issate delle rampe, delle torri d’assedio e degli arieti.

Cadde così, anche lo splendido palazzo del re Erode.

I fuggitivi cercarono di scappare attraverso le vie del quartiere nobiliare, ma ad aspettarli, distribuiti su tre punti, vi erano altri soldati che riuscirono rapidamente ad intercettarli e finirli.

Dopo oltre tre mesi di assedio, la città di Gerusalemme era capitolata di fronte alla potenza romana.

La vittoria e il furto della Menorah

Si era così consumato uno degli eventi più tragici della storia antica che portò la Prima Guerra giudaica ad una definitiva svolta in favore della potenza romana.

Iconico, rimane il momento del furto del candelabro a sette bracci, la Menorah, immortalato nell’Arco di Trionfo dedicato a Tito, una volta diventato imperatore.

Il simbolo della potenza dell’esercito romano che aveva piegato i valorosissimi ed irriducibili avversari Giudei.

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