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L’assedio di Sagunto: lo scoppio della seconda guerra punica

Stampe di Roma

L’assedio di Sagunto rappresenta il casus belli della 2° guerra punica. 

La città, fondata in origine dai greci tra il VI e il V sec. A.C. con il nome di Arse su una collina, ad un miglio dal mare, era alleata di Roma ma si trovava in una posizione “scomoda”: a sud del fiume Ebro, a sud di quel “limes” che divideva la competenza territoriale delle due grandi potenze nemiche, Roma e Cartagine. È, questo, un pretesto non di secondaria importanza, se lo si aggiunge ad altri cui Annibale si appellava nel muovere guerra contro Roma.

I saguntini erano pure in discordie con i Turdetani, il popolo più vicino allo stretto di Gibilterra, via di accesso di Amilcare fin dai tempi della 1° guerra punica e di altri prima di lui. Perché Annibale non avrebbe dovuto sobillare i turdetani in un’età in cui le gesta di impulsività ben si alternavano alle acute riflessioni?

Polibio scrive che il punico, dominato dall’odio contro Roma, “era alla ricerca di inutili pretesti, senza considerare ciò che è giusto”, al punto da vanificare ogni sforzo diplomatico della delegazione romana composta da Publio Valerio Flacco e Quinto Bebio Tamfilo.

I romani, allora, si convinsero che avrebbero dovuto fermare Annibale in Iberia, ma non prima di inviare la delegazione anche a Cartagine, dopo il fallito tentativo di Carthago Nuova. Anche tra i sufeti vi erano divisioni di vedute, come nel senato romano. Era dura, spuntarla contro Annone, pacifista convinto e di vedute ben lontane dalla fazione dei Barcidi.

La provocazione di Annibale

Fu Annibale, tuttavia, ad anticipare le mosse di Roma, attuando il piano che aveva ben in mente da mesi: invadere l’Italia superando le Alpi dopo aver sottomesso le tribù iberiche a lui ostili, così da disilludere le speranze romane. Vincere in casa ha una eco, ma vincere in trasferta ha tutt’altra portata psicologica.

C’era, però, da pensare a tutto, fin anche coprirsi le spalle durante il tragitto, in Spagna come in Gallia, e ad Annibale non mancava di certo la lungimiranza. La presa di Sagunto era il primo passo importante per dare via al suo piano strategico.

A rendere ancor più appetitoso il territorio di Sagunto, cui non mancava una fervente attività culturale, era il continuo flusso commerciale con i greci e con i fenici. Era il più fertile e produttivo di tutta l’Iberia per agricoltura e sfruttamento di metalli.

I primi greci ad abitarla furono gli abitanti di Zacinto ma vantava anche una radice italica: i Rutuli provenienti da Ardea (Liv. XXI 7,1-3) e i Dauni arrivati dall’Apulia (Sil. 1, 1-3): forse la vera risposta al perché di così tanta simpatia per Roma.

Anche l’emissione di moneta in città, a quei tempi, seguiva i modelli romani e solo con Tiberio la Zecca saguntina cessa di esistere. Il popolo, insomma, era straordinariamente ricco ed evoluto, anche per l’affidabilità della sua politica con cui rispettò i patti con Roma e a costo della sua rovina. 

Annibale studiò l’assedio della città prevedendo molti vantaggi qualora fosse riuscito ad espugnarla: ottenere una gran quantità di mezzi per le sue imprese, di dare stimoli ai suoi soldati con assegnazioni di dividenti del bottino, non escluso i prigionieri, di accattivarsi il favore dei cartaginesi in patria.

I preparativi per l’assedio

I grandi progetti hanno i loro preliminari. Annibale destabilizzò l’area intorno a Sagunto prima di sferrare l’attacco (Livio XXI 5): strumento idoneo ad incutere il terrore negli abitanti e a stringere alleanze per loro convenienza, come farà anche in suolo italico. Saccheggiò la ricca città di Cartala, capitale degli Olcadi, mosse guerra ai Vaccei di cui conquistò la città Ermandica (Salamanca) e Arbocala. Attaccò poi il popolo dei Carpetani. Tutto era al di là dell’Ebro, ad eccezione di Sagunto.

Cartina a cura di Alessandro Ferrante

Il motivo del ritardo dell’aiuto romano in favore di Sagunto, al di là del tempo perso con l’infruttuoso lavoro diplomatico, è la ragione militare: Roma evitava, in quell’epoca, di impegnare l’esercito su più fronti, preferendo concentrarlo su un unico obiettivo, il più importante.

Il fronte più caldo era l’Illiria, dove il potente Demetrio di Faro saccheggiava le città alleate di Roma (Polibio III, 16, 5-6). Il senato, però, sbagliò i suoi calcoli: non aveva ancora previsto l’attacco di Annibale a Sagunto e né un attacco sul suolo italico.

Inizia l’assedio

Annibale scatenò l’assalto a Sagunto, con determinazione, nel mese di marzo 219 A.C. Livio dice che le truppe contavano circa 150 mila soldati (XXI 8,3) e si impiegarono armamenti come vinee, arieti, torri mobili, catapulte e balestre, mentre i saguntini, da soli, erano insufficienti a difendere tutto il muro circuitale di dodici chilometri.

Gli alti bastioni intervallati intorno e i sentieri impervi, esposti alla vista dei difensori, servirono solo a ritardare l’occupazione. Una visita alla posizione naturale del sito e ai resti delle mura convincerà il visitatore delle difficoltà incontrate da un generale brillante come Annibale.

Prima che crollasse la torre ovest della cinta, nella parte in cui il punico aveva insediato il campo, lui stesso fu colpito alla coscia da un giavellotto essendosi avvicinato troppo. L’incidente causò una prima interruzione perché Annibale si riprendesse dalla ferita, fortunatamente non grave.

I soldati non restarono inerti e l’evento si trasformò in occasione per costruire una fortificazione intorno, utile ad isolare gli assediati dal resto del territorio. Maturò anche il tempo di costruire una vinea: una tettoia mobile e alta sette piedi, larga otto e lunga sedici, riparata da vimini.

Aveva il punto debole di essere subito distrutta dai difensori con lanci di materiale incendiario, rischio che poteva essere eluso con la copertura in pelli e coperte bagnate. I pali appuntiti alla base serviano a fissarli a terra e consentire ai trasportatori di riposare.

Cartina a cura di Alessandro Ferrante

Annibale, ripresosi dalla ferita, riprese l’assalto con nuovi arieti, riuscendo a sbriciolare tre torri e alcuni muri. Ebbe però la sorpresa di trovarsi, di fronte, i resistenti pronti a difendere le proprie abitazioni. Le falariche in possesso di questi ultimi permisero di non arretrare di un solo passo: giavellotti con un ferro di novanta cm e il manico in legno.

La punta evidenziava uno stoppaccio intriso di pece che, una volta caduta sugli scudi e le divise dei cartaginesi, costringeva a gettare le armi per non bruciare vivi e ad arretrare con spavento. Un notevole strumento di guerra con effetti psicologici devastanti.

I tentativi diplomatici romani

L’arretramento dei cartaginesi nel loro accampamento, con segni di bruciature sui corpi, fu motivo di una seconda interruzione e coincise con l’arrivo in Iberia di una nuova delegazione romana.

La risposta di Annibale fu molto ironica: li invitava a non avvicinarsi troppo al luogo dello scontro, pena il rischio di perdere la vita, e non perse tempo a scrivere e spedire un messaggio a Cartagine, quando seppe che la stessa delegazione si stava imbarcando su una nave alla volta della capitale.

Il destinatario della lettera erano i Barcidi, i quali furono pregati di non cedere alle richieste romane e nè al partito pacifista di fazione avversa: solo Annone, sin dall’inizio contrario all’attacco di Sagunto e in generale alle imprese del giovane e impetuoso Annibale, difese le ragioni del trattato con Roma (Livio III 10,2), stipulato nel 241 a.C. al termine della prima Guerra Punica. Il suffeta aveva contro buona parte del senato cartaginese.  

La presa di Sagunto

Così Annibale riprese ad assediare la città con una nuova torre, stavolta più alta delle mura difensive, e dotata di baliste e catapulte. Si aprirono altri varchi più ampi e schiere di soldati penetrarono all’interno. Ogni giorno che passava, i saguntini arretravano sulla rocca. Il mancato soccorso dei romani non fece altro che accrescere la carestia.

L’azione militare dei Carpetani e degli Oretani, allora, fu alla base di una nuova ma breve interruzione dell’assedio: avevano sequestrato ufficiali di Annibale incaricati all’arruolamento. L’attacco proseguì con Maarbale, il comandante della cavalleria numida, essendo il suo generale occupato a sbrigare la faccenda dei prigionieri.

Al ritorno di Annibale erano cadute quasi tutte le mura perimetrali. Solo la rocca era rimasta intatta.

La perdita di vite umane in ambo le parti portò il saguntino Alcone a trattare la pace ma le condizioni di Annibale erano troppo dure: gli abitanti della cittadella avrebbero dovuto restituire ai Turdetani oro e argento e uscire dalla rocca con una sola veste in più per ciascuno, con l’obbligo di andare a dimorare in una località scelta dai cartaginesi stessi.

L’opzione di disertare, esercitata da Alcone, offrì all’ibero Alorco, in quel momento ospite dei saguntini ed ex soldato di Annibale, la scelta di arrendersi con un proclama di capitolazione letto ai cittadini. Il mancato soccorso da Roma e la drammatica situazione attuale non offriva alternative.

Gli uomini adulti sopravvissuti, molti dei quali si uccisero prima, furono passati a fil di spada, le donne e i bambini fatti schiavi. I saguntini avevano distrutto gran parte degli oggetti preziosi per sottrarli al nemico, cosa che non impedì ad Annibale di impadronirsi, com’era nei suoi piani, di un enorme bottino: l’ingens praeda che sarà inviata in patria per rinfocolare simpatie e alleanze (Livio XXI 15,1-2). Molto denaro fu ottenuto dal prezzo di quanto messo in vendita.

La struttura dell’antica Sagunto

Ma come era costruita Sagunto, da impegnare Annibale in un lungo e difficile assedio durato otto mesi? Su tre terrazzamenti di altezza decrescente. 

Come sempre succede quando una città viene distrutta, la ricostruzione è fatta a imitazione del vecchio impianto urbanistico: Publio Cornelio Scipione nel 212 A. C. la ricostruì come civitas foederata di Roma circondandola con una cinta muraria ampliata.

Nella parte superiore si trova il Foro (Plaza de Armas del Castillo) centro politico, sociale e religioso dell’acropoli. Il Capitolium di pianta quadrata è diviso in tre cellae con una cisterna nella parte anteriore ed è del II sec. AC. Sullo stesso asse vi è il foro Augusteo. Ad est del tempio si trova la curia, le tabernae e la basilica a tre navate.

La terrazza intermedia ospita un elegante teatro di epoca Claudia con capitelli corinzi in calcare: la cavea in pietra è addossata all’acropoli, mentre il proscenium ha subito danni nel tempo. Pure la scenae frons, andata distrutta, si ergeva con imponenti colonnati. Le esibizioni, dunque, non mancavano in epoca pre-augustea ed oggi è una struttura polivalente per spettacoli anche all’aperto.

L’odierna Sagunto, in Spagna

È il risultato ottenuto con il lavoro di recupero dell’architetto italiano Giorgio Grassi negli anni 80 e 90, il quale non si è limitato a restaurare la parte antica, ma ha saputo restituire l’edificio al suo ruolo urbano.

Alla base del teatro si estende il terzo settore della città (siamo in Calle Major fino alla Plaza del Ayuntamiento).

Un acquedotto, la cui data di fondazione è dubbia, portava l’acqua dal lato ovest; ma è al limite orientale del pomerium, dove passa la via Augusta, che è possibile identificare tratti della necropoli. Ai tempi di Annibale forse già si produceva vino ma Sagunto divenne un vero centro di produzione vinicola solo con il principato, come testimoniato dal ritrovamento di anfore Dressel.

Infine, nella parte bassa della città, lungo il torrente Palantia, nel II sec. D. C. i Romani costruirono un circo per le competizioni delle quadrighe, capace di contenere fino a 20.000 spettatori. Di esso, però, sopravvivono pochi resti.

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