La battaglia di Beth Horon: l’agguato a Roma

Stampe di Roma

Di Teresa Logozzo

Sul finire dell’anno 66 d.C. Roma deve subire lo scacco di vedersi annientare quasi totalmente una legione e perdere numerose insegne tra cui un’aquila, il simbolo sacro, l’anima stessa di una legione.

A sfidare i Quiriti non sono tribù celtiche o germane, né tantomeno il potente regno dei Parti, da sempre, a fasi alterne, impegnato nella lotta per il dominio dei territori dell’Asia minore, crocevia economico da e verso il misterioso Oriente.

Ad alzare la voce e le armi sono la Giudea e la Galilea che occupano il settore meridionale della provincia romana della Siria. I loro abitanti, gelosi della loro identità e della loro religione hanno sempre mal tollerato le ingerenze esterne, prima dei Greci – Macedoni che con Alessandro Magno avevano ellenizzato l’Asia Minore e poi dei Romani.

I rapporti con quest’ultimi sono stati dettati spesso da incomprensioni, spesso dovuti al diverso modo di concepire il peso che l’aspetto religioso aveva nella gestione del potere politico presso i Giudei.

I vari governatori della Siria e i procuratori della Giudea non sempre hanno saputo esercitare la loro autorità in modo da non scontentare la massima istituzione politica-religiosa di Gerusalemme, il Sinedrio.

Gli ultimi decenni sono stati, in particolare, caratterizzati dalla presenza di rappresentanti di Roma, dediti più a rafforzare il proprio potere personale ed economico che ad agire nell’ambito dell’incarico ricevuto.

E’ così ha governato il sopruso, le ruberie, le vessazioni e le angherie nei confronti della popolazione, sempre più scontenta e sull’orlo della ribellione.

La rivolta contro Roma

L’ultimo procuratore Gessio Floro, nominato nel 64, era ritenuto dai Giudei, crudele, sprezzante “per i diritti della nazione, e come boia arrivato per giustiziare dei condannati a morte, non si astenne da alcuna forma di ruberia e di vessazione.

Nei casi pietosi era di una ferocia inaudita, nelle turpitudini il più sfrontato; nessuno più di lui gettò discredito sulla verità, né escogitò metodi più insidiosi nel commettere delitti.

A lui sembrò piccolo guadagno quello che si poteva ricavare da un solo individuo, e perciò si diede a spogliare intere città e a taglieggiare popolazioni intere, e per poco non arrivò a bandire nel paese che tutti potevano fare i briganti purché a lui toccasse una parte del bottino.

La sua cupidigia gettò la desolazione nelle città e fece sì che molti, abbandonando le avite dimore,si rifugiassero in paesi stranieri

(Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, Libro II, 277-279).

Per nascondere i suoi misfatti, evitando di essere chiamato a risponderne davanti all’imperatore intende provocare ulteriormente la popolazione con nuove sofferenze fino a spingerla a una aperta rivolta. In tal modo, avrebbe coperto o almeno fatto dimenticare le sue colpe con le reazioni violente altrui.

Il suo diretto superiore il Legatus Augusti pro praetore di Siria, Caio Cestio Gallo è troppo lontano e quelle che gli giungono sono solo accuse generiche, non supportate da convincenti prove, tali da giustificare una sua più duratura e energica presenza a Gerusalemme, all’indomani di quella che i Giudei chiamano Pasqua, la festa degli Azzimi, un periodo di celebrazioni in memoria della liberazione del popolo ebraico e il suo esodo verso la Terra Promessa.

Gli animi giudei sono ormai esacerbati e si verificano i primi disordini. La violenta reazione di Floro, dopo la sottrazione dalle casse del Tempio di una ingente somma di denaro con il pretesto che non è stato ancora pagato il tributo a Cesare, si traduce nell’entrare a Gerusalemme deciso a eliminare i rivoltosi, dandosi al massacro e alla razzia, nel maggio del 66.

E’ la scintilla che fa scoppiare la rivolta dei Giudei che passerà alla storia come la prima guerra giudaica a cui sarà posta fine nel 70 d.C. con la presa di Gerusalemme e l’incendio del Grande Tempio (con ultimi strascichi nel 73 con la presa della fortezza di Masada a opera della X Fretensis al comando di Lucio Flavio Silva).

La rivolta si espande

Floro ha ormai innescato la miccia della rivolta e fa di tutto per distogliere l’attenzione sia dei Giudei che dei Romani dalle sue colpe. Addirittura “per dare un’altra spinta verso la guerra, Floro scrisse a Cestio accusando falsamente i Giudei di ribellione, attribuendo a loro l’inizio delle ostilità e affermando che erano stati essi a fare quanto in realtà avevano subito” (Flavio Giuseppe, La guerra giudaica, Libro II, 333).

Ma lo stesso governatore riceve notizie di tenore opposto da Erode Agrippa II, re cliente di Roma e da sua sorella Berenice che lo informano delle iniquità commesse dall’alto funzionario romano.

Lo stesso Agrippa aveva tenuto un’accorato discorso al fine di riportare alla ragione la popolazione di Gerusalemme e indurla a piegarsi alla supremazia, anche militare, dei Romani, perché impossibilitati a sostenere una guerra, che avrebbe, tra l’altro, comportato il trascurare tutte le cerimonie e i riti del culto del loro Dio.

Il re, alleato dei Romani, non venne ascoltato e fu costretto a lasciare Gerusalemme, mentre Floro aveva già trovato riparo a Cesarea Marittima. I ribelli, ben presto, occupano l’altura di Masada dove Erode il Grande vi aveva edificato una sontuosa residenza, e Macheronte.

Ben presto una dopo l’altro i capisaldi con cui i Romani controllano la provincia, cadono in mano dei rivoltosi. Inevitabilmente cade anche la guarnigione romana a Gerusalemme nel settembre del 66 d.c., finendo massacrata dopo che i rivoltosi hanno pattuito un salvacondotto per fare lasciare i Romani incolumi la città.

Cestio Gallo organizza i legionari

Gaio Cestio Gallo, governatore della Siria, non può più attendere gli eventi e decide di passare all’azione. Raduna un numeroso esercito, costituito dalla legione XII Fulminata, tre vessillazioni, ognuna di duemila uomini delle altre legioni siriache, la Legio VI Ferrata, la Legio III Gallica e la Legio IIII Scythica, sei coorti di fanteria ausiliaria e quattro ali di cavalleria, oltre reparti inviati dai re clienti, Antioco IV da Commagene, Erode Agrippa II e Soemo di Emesa per un totale di oltre trentacinquemila uomini.

Con tale esercito Cestio Gallo varca i confini della Giudea, dopo aver reso sicura da eventuali sortite dei ribelli la Galilea, portandosi presto fin sotto le mura di Gerusalemme.

I Romani entrano nella Città Santa da settentrione e senza incontrare alcuna resistenza da parte degli abitanti occupano i quartieri della Città Nuova e della Piazza delle Travi, dandoli alle fiamme e giunta la sera si fermano presso il palazzo reale.

Nei successivi giorni gli scontri con i Giudei sono ripetuti e cruenti senza che però i Romani riescano ad avvicinarsi al simbolo stesso della città, il Tempio.

La resistenza è accanita ma quando sembra che i rivoltosi stiano per cedere, inaspettatamente Gallo da l’ordine di ritirarsi oltre le mura della città.

Cosa abbia spinto il generale romano a tale gesto non è dato saperlo: mancanza di rifornimenti, viveri e acqua, anche se avrebbero potuti averli dentro la città stessa, la mancanza di fiducia di Gallo nelle proprie truppe che credeva prive di disciplina e indolenti?

Flavio Giuseppe si limitò a dire: “…Cestio, non accorgendosi né della disperazione degli assediati, né della favorevole disposizione del popolo, all’improvviso richiamò i soldati e, rinunciando nel modo più assurdo ai suoi piani senza aver subito alcuna sconfitta, sloggiò dalla città.”
(Guerra giudaica, Libro II, 540).

L’inseguimento dei ribelli

Raccolto l’esercito il comandante romano si accinge a ripercorrere la stessa strada che da Cesarea Marittima lo aveva portato a Gerusalemme, inseguito dai ribelli che prendono a bersagliare la retroguardia.

Il primo giorno di ritirata, è continuamente disturbato dalle scorrerie nemiche sui fianchi con i rivoltesi armati alla leggera e i legionari equipaggiati pesantemente, i quali temendo di dover fronteggiare un gran numero di nemici rimangono serrati per non consentire che i Giudei si possano insinuare tra le fila.

A sera trovano riparo nell’accampamento presso Gabaon, costruito nell’andata, avendo subito un elevato numero di morti e feriti, tra cui la morte del legato della VI Ferrata.

Gallo, incerto sul da farsi, con il nemico davanti, dietro e sui fianchi decide di stare rinchiuso per due giorni nel campo, fin quando, comprendendo che indugiare avrebbe significato permettere al nemico di ricevere rinforzi, ordina di ripartire, riprendendo quella che a tutti gli effetti è una fuga in piena regola.

Comanda di disfarsi di tutto ciò che non serve e rallenta la marcia, di uccidere i muli, gli asini e tutte le altre bestie, ad eccezione di quelle che traianano i carri che trasportano le armi, incluse le macchine d’assedio e artiglieria che, per mancanza di tempo, non vengono distrutte per non farle cadere in mano nemica.

L’agguato di Beth Horon

Con tali premesse la colonna romana si accinge a percorrere il passo di Beth Horon. All’improvviso scariche di frecce e proietti provenienti dall’alto dei fianchi della colonna si infrangono sui legionari e nugoli di ribelli giudei a più riprese si riversano dai pendii aridi delle colline infrangendosi sugli scudi e gladi dei legionari e cavalieri romani.

I Romani resistono riuscendo anche lentamente ad avanzare, ma continuano a perdere molti uomini. Ben presto Cestio Gallo e il suo stato maggiore si rendono conto di essere caduti a tutti gli effetti in una ben congegnata trappola da cui sarebbe impossibile uscirne, bloccati davanti e dietro, sotto l’incensante tiro dei frombolieri e arcieri, appostati sulle cime.

Il passo si affaccia da un lato su un precipizio dove molti soldati vi incontrano una morte orribile, precipitando, dall’altro è chiuso da alture ripide e scoscese.

La cavalleria, rimasta ai fianchi dei fanti, non essendo stata inviata da Gallo in avanscoperta sulle alture del passo per tenere impegnati i Giudei, non riesce a lanciarsi contro i rivoltosi per alleggerire la pressione sulla fanteria. Gallo può solo sperare nel favore della notte per tentare di sganciarsi.

Nella mischia i soldati comprendono quale sarà l’esito e molti di loro si lasciano trafiggere senza resistere, ma molti più sono coloro che vendono a caro prezzo la pelle, portandosi nella loro morte la vita di tanti nemici.

Finalmente giunge la sera e con essa il sospirato buio della notte. I superstiti romani, lasciandosi dietro migliaia di caduti dietro di loro, afflitti e disorientati, si rifugiano a Bethhoron, accerchiati dai Giudei che vegliano affinché non tentino la fuga.

E tutti sanno ormai che la Legio XII Fulminata ha perso la sua più importante insegna: l’aquila.

In un guizzo di determinazione, mancata fino ad allora, il governatore della Siria Cestio Gallo realizza un diversivo per cercare di rompere l’accerchiamento e riparare ad Antipatride: quasi una coorte formata da quattrocento uomini su base volontaria si sacrificherà rimanendo nell’accampamento, mentre nel buio della notte il resto delle truppe si sarà allontanato.

I soldati rimasti inscenano perfettamente la commedia loro ordinata: gridare in ogni angolo del campo la parola d’ordine, suonare le buccine e i corni, fare rumore come se ci sia l’intero esercito dentro.

Il diversivo riesce in pieno e i Romani riescono a mettere tra loro e il campo assediato una distanza di oltre 5 Km (30 stadi cita Flavio Giuseppe), quando i ribelli si accorgono del tranello.

La reazione di quest’ultimi è crudele: massacrano i valorosi soldati rimasti e si apprestano a inseguire Cestio Gallo.

“Costui, che durante la notte si era non poco avvantaggiato, di giorno accelerò la fuga, sì che i soldati per lo sgomento e la paura abbandonarono anche le artiglierie d’assedio e le catapulte e la maggior parte delle altre macchine, che allora i giudei catturarono e poi usarono contro chi se n’era disfatto. Inseguendo i romani arrivarono sino ad Antipatride.

Di poi, non riuscendo a raggiungerli, tornarono sui loro passi prendendo seco le macchine e spogliando i cadaveri; quindi raccolsero il bottino che avevano lasciato indietro e fra canti di trionfo rientrarono nella città. Le loro perdite erano state addirittura irrilevanti, mentre dei romani e loro alleati ne avevano ucciso cinquemila e quattrocento fanti e quattrocentottanta cavalieri. Questi i fatti del giorno 8 del mese di Dios (ottobre), nel dodicesimo anno del regno di Nerone (66 d.c.)”

(Flavio Giuseppe, Guerra Giudaica, Libro II, 553 – 555).

A miglia di distanza da Antipatride i vincitori si muovono tra i cadaveri, spogliandoli di tutto e raccogliendo una grande quantità di armi. E quei vincitori non sono Romani.

La notizia della tragica disfatta di Gallo con il quasi annientamento di una legione, la perdita di un’aquila legionaria e il conseguente rafforzamento del potere dei Giudei, giunge all’imperatore Nerone che deve, suo malgrado, richiamare in servizio l’ultimo suo valido generale, Tito Flavio Vespasiano, spedendolo a reprimere la ribellione giudea.

Poco dopo il suo ritorno in Siria, Gallo muore (probabilmente nella primavera del 67 d.C.) e gli succede nella carica Gaio Licinio Muciano.

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