La battaglia di Clastidium e il duello del console Claudio Marcello

Stampe di Roma

Mentre a Roma il popolo si appresta a dedicarsi ai riti in onore dell’apertura del nuovo anno con il mese di marzo dedicato a Marte che segna anche l’inizio della stagione delle campagne militari, alle cerimonie di purificazione delle armi (Armilustrium) e delle trombe di guerra (Tubilustrium), qualcuno è già immerso in piena guerra e con lui il suo esercito.

Questo qualcuno è il console Marco Claudio Marcello, impegnato con il suo esercito contro le popolazioni celtiche degli Insubri.

Siamo nel mese di marzo dell’anno 222 a.C., probabilmente alle calende del mese (1 marzo) quando si svolge la battaglia di CLASTIDIVM (oggi Casteggio, nell’Oltrepò Pavese), diventando una delle più celebri battaglie della storia romana, quella che avrebbe aperto la strada alla conquista dell’Italia settentrionale.

Roma dopo la prima guerra punica e gli scontri con i celti

Uscita vincitrice dalla oltre ventennale prima guerra punica, Roma, dopo aver occupato le isole della Sicilia, Sardegna e Corsica, volge le sue forze a assicurare i propri confini.

Sulla scia delle nuove conquiste e sotto il crescente sviluppo demografico Gaio Flaminio Nepote (il Flaminio che in qualità di censore dette inizio alla costruzione della Via Flaminia, lo stesso Flaminio che cadrà contro Annibale nella battaglia del Trasimeno nel 217 a.C.), in qualità di Homo Novus porta avanti un’energica politica di riorganizzazione dei territori.

Distribuisce terre da coltivare alla fasce più debole della popolazione che aveva patito i sacrifici delle passate guerre e stanzia cittadini romani in nuove colonie al di là nei territori sottratti ai Senoni tra Ancona, Rimini e Ravenna.

Le popolazioni celtiche, tra cui Boi, Longoni, Insubri, sono ormai consapevoli delle intenzioni dell’Urbe che mira, tra l’altro a minare i rapporti tra i vari popoli del Settentrione, arrivando a concludere accordi con i Veneti e i celti Cenomani, tradizionalmente avversari degli Insubri.

E la stessa Cartagine, non piegata nella sua volontà di non lasciare a Roma il dominio del Mediterraneo, non perde l’occasione di fomentare gli animi celtici, promettendo aiuti in caso di una nuova guerra.

I Quiriti passano subito alle trattative diplomatiche con la città punica, arrivando a stipulare nel 226 a.C.il cosiddetto “trattato dell’Ebro“, con cui Roma, impegnata con i Celti, non interviene nel consolidamento del dominio nella penisola iberica a sud del fiume da parte di Cartagine che in questo modo si sarebbe disinteressata del teatro italico.

Alla vigilia della seconda guerra punica Romani e Celti, Boi e Insubri che risiedono rispettivamente a sud e a nord del Po, e a cui si uniscono i Taurini e un consistente contingente di mercenari proveniente dalla valle del Rodano, i Gesati, si scontrano nella pianura padana e nel 225 a.C.
la coalizione celtica subisce una cocente sconfitta a Talamone (località Campo Regio nella frazione di Fonteblanda del comune di Orbetello, in provincia di Grosseto), scongiurando la più grave invasione dei territori italici e romani.

La politica romana fra Claudio Marcello e Fabio Massimo

Euforici per la vittoria i Romani si convincono di poter cacciare i Celti dalla pianura del Po e così si addentrano in territorio nemico.
Dal 223 a.C. l’obiettivo è di penetrare e conquistare la zona transpadana e Caio Flaminio riesce a battere gli Insubri sul fiume Oglio.

Tuttavia, avversato dal Senato, tra l’altro per la sua innata avversione a trarre e rispettare gli auspici, così cari ai Romani, non riceve il trionfo e anzi viene costretto a dimettersi dalla carica di console insieme al suo collega.

L’interrex, il magistrato incaricato a subentrare è Quinto Fabio Massimo Verrucoso (che passerà alla storia come il Temporeggiatore, Cuncactor, per la sua politica attendista nel frenare le manovre di Annibale in Italia dopo le disastrose sconfitte del Trebbia , Ticino, Trasimeno, Canne) che nomina nuovo console Marco Claudio Marcello, inaugurando una lunga e proficua collaborazione volta a arginare il pericolo punico, nonché quello celtico.


Fabio Massimo e Claudio Marcello, due personalità diverse l’una dall’altra, ma sempre insieme, anche nei momenti più difficili: prudente, fermo e costante il primo, irruente, “fisicamente robusto, pronto alla mano e battagliero per natura” (Plutarco, Marcello, 9) il secondo.

Proveniente da una famiglia di origine plebea, non del tutta nuova alla gestione del potere, Claudio Marcello, nato intorno al 270 a.C, è un condottiero e un uomo d’armi da sempre, che non si è mai tirato indietro davanti a un duello e a tal fine continuamente allenato, tanto da poter vantare nessuna sconfitta nelle sfide con gli avversari.

E’ lui a spingere per la prosecuzione della guerra contro gli Insubri ostacolando i grandi latifondisti del Senato che vogliono accettare le condizioni di pace dei Celti per non dare ulteriori concessioni di terre ai piccoli agricoltori.

Con la rottura delle trattative gli Insubri arruolano 30.000 Gesati, mentre i due consoli in carica, Claudio Marcello e Gneo Cornelio Scipione Calvo (zio del futuro Scipione Africano) muovono l’assedio di Acerrae (odierna Pizzighettone, in provincia di Cremona), lungo l’Adda, piazzaforte romana caduta in mano dei Celti.

Per cercare di distogliere forze romane dalle posizioni strategiche della città precedentemente conquistate e ancora tenute con tenacia, parte dell’esercito degli Insubri, congiuntamente a un terzo dei mercenari Gesiti, al comando del re Virdomaro, si sgancia da Acerrae per scorazzare, razziando e devastando, nei territori circostanti.

La battaglia di Clastidium

I due consoli non abboccano all’amo, e, subodorando la provocazione avversaria, decidono di non togliere l’assedio ad Acerrae e seguire con tutto l’esercito gli Insubri.

Solo una parte della cavalleria e la fanteria leggera si lancia all’inseguimento dell’avversario, giunto nei pressi di Clastidium (odierna Casteggio, in provincia di Pavia), importante località degli Anamari (o Marici), popolazione ligure che, probabilmente per timore dei vicini Insubri bellicosi, già l’anno prima avevano accettato l’alleanza con Roma.

Claudio Marcello è molto fiducioso del suo esercito, costituito da cavalieri e fanti armati alla leggera e nettamente inferiore a quello celtico, e lo sprona a marciare notte e giorno fin quando non scorgono i nemici presso Clastidium, città occupata e fortificata da Flaminio l’anno precedente.

Plutarco scrive che i Galli sottovalutarono i Romani, sia perché loro stessi erano numericamente superiori agli avversari, sia per la scarsa considerazione che si aveva per la cavalleria romana, sia perché gli stessi cavalieri galli erano tra i più temuti dell’Occidente.

In ogni caso Marcello non si fa cogliere impreparato e decide di schierare i suoi su una linea lunga e sottile per coprire più ampiamente possibile il campo di battaglia (le fonti non chiariscono se al momento della imminente battaglia Clastidium fosse caduta, come sembra indicare Plutarco, o ancora resistesse al nemico, come sembra possa desumersi da Polibio).

La carica è impetuosa e tanto è il frastuono delle armi e delle grida che lo stesso cavallo di Marcello si imbizzarisce, girandosi verso i soldati che sta guidando.

Con grande sforzo riesce a riportare la sua cavalcatura nella posizione di partenza concludendo con un atto di adorazione verso il sole e gli Dei, affinché i suoi uomini interpretano la fuga del cavallo non come un cattivo augurio ma come un rito propiziatorio.

Dopo aver validamente resistito, gli Insubri e i Gesati vengono attaccati anche sui fianchi dalla cavalleria dei Romani, compiendo continue azioni di disturbo con attacchi e fughe alternate e impegnando in tal modo la cavalleria celtica, mentre la fanteria gallica impegna quella romana quasi accerchiandola.

Squadroni di cavalieri romani tornano indietro dando manforte alle truppe appiedate e attaccando ai lati la fanteria nemica.

Il duello: Claudio Marcello contro Virdomaro

Nel susseguirsi degli scontri il console Claudio Marcello viene a trovarsi difronte il re gallo Virdomaro, “un uomo che superava gli altri galli per grandezza fisica e si distingueva per l’armatura risplendente come un lampo, adornata d’oro e d’argento e nelle tempre e nei colori di ogni tipo” (Plutarco, Marcello, 7.1).

Esperto e amante dei duelli, il romano non si tira indietro e carica a sua volta il gallo con la lancia, trapassandogli la corazza e disarcionandolo per poi finirlo a terra con altri due colpi.

L’impresa compiuta ha un grande valore, in quanto fino ad allora solo altri due romani sono riusciti a uccidere un re nemico affrontandolo personalmente in battaglia, Romolo che, da leggenda, avrebbe ucciso il re dei Ceninesi Acrone e Cornelio Cosso che aveva battuto il re etrusco Tolumnio.

Marcello tocca le armi del morto e invocando Giove Feretrio consacra al dio le sue spoglie.

Ucciso il re gallo i Romani hanno ben presto ragione del nemico.
Con un contrattacco poderoso la fanteria romana con l’appoggio della cavalleria che continua a tenere impegnata i scompaginati reparti della cavalleria avversaria, spingono i Galli verso il fiume (dubbi se sia il Po oppure, un piccolo corso d’acqua locale), dove in gran numero troveranno la morte, mentre molti altri verranno uccisi dai Romani.

La conquista dei territori transpadani

Plutarco affermò che “riportarono un vittoria straordinaria e meravigliosa per genere e per natura; infatti si dice che né prima né dopo mai così pochi cavalieri abbiano riportato la vittoria su un così gran numero di cavalieri e di fanti insieme” (Plutarco, Marcello, 7.5).

Nel mentre che Claudio Marcello sgomina i Celti nel pavese, il suo collega Cornelio Scipione rompe l’assedio di Acerrae e muove le sue truppe verso la capitale degli Insubri, Milano, ma qui è costretto a fermarsi, bloccato davanti nella resistenza degli assediati e dietro dal sopraggiungere di altri Galli.

Solo l’arrivo di Claudio Marcello e la notizia che i Gesati erano stati sconfitti, inducono gli stessi a tornare nelle loro terre e gli Insubri alla resa e a trattare.

Roma riesce in tal modo a estendere il suo dominio sui territori transpadani, pur lasciando ampia autonomia agli Insubri.
La battaglia di Clastidium può considerarsi quindi il preludio per la conquista romana della Gallia Cisalpina, nonché il primo tentativo di unificazione della penisola italiana.

L’Urbe decreta la vittoria e il trionfo, ma a sfilare per le vie dell’Urbe sarà solo Marco Claudio Marcello (negato invece a Cornelio Scipione, sembra, per la condotta poco esemplare delle sue legioni che patirono ingenti perdite).

Nel suo trionfo il romano porta le spolia opima, le armi dello sconfitto Virdomaro, prima di consacrarle e sistemarle nel tempio di Giove Feretrio.
Dopo di lui nessun’altro comandante romano sarebbe riuscito a fregiarsi di un simile trofeo.

Lo scontro diretto tra i due comandanti avversari ispirerà una delle più antiche opere della letteratura latina, la Favula praetexta di Gneo Nevio, intitolata appunto CLASTIDIVM.

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