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Come avveniva la crocifissione: la micidiale pena di morte

Stampe di Roma

La crocifissione è un supplizio proprio del mondo antico. Uno dei metodi più rozzi, barbari e dolorosi di condannare a morte un essere umano.

Anche nell’antica Roma, la crocifissione faceva parte delle pene che potevano essere comminate da un tribunale, con alcune varianti che dipendevano dalla colpa.

Origini e condanna alla croce

La crocifissione è una pratica che trova le sue origini molto prima dei romani. Ne abbiamo alcune testimonianze già nel mondo babilonese.

Ma secondo i più autorevoli studi papirologici, sarebbero stati i Cartaginesi a formalizzare i dettagli della crocifissione e ad utilizzarla in maniera sistematica come condanna penale.

I romani, così, importano da Cartagine questo micidiale tipo di supplizio e lo includono nell’ordinamento giuridico. Nel 247 a.C, Tito Livio ci parla per la prima volta di 25 schiavi condannati alla crocifissione: la più antica conferma di questa pratica presso i romani.

La sofferenza e l’umiliazione propria di questa pena capitale era tale che secondo le leggi romane, non poteva essere applicata ai cittadini e nemmeno ai soldati, ma solamente agli schiavi, ai ribelli e ai sediziosi.

La condanna e la flagellazione

A deliberare una condanna alla crocifissione provvedeva un giudice, il più delle volte un pretore, ma anche un altro magistrato o carica con autorità penale.

Al termine del giudizio, si pronunciavano le parole: “Sia crocifisso!” e si emetteva il “Titulus“, ovvero la motivazione della condanna che sarebbe stata scritta su un cartello, apposto sopra la croce.

Il primo atto era la comparsa di due esecutori, o tortores, che provvedevano a spogliare completamente il condannato e a legarlo ad un palo o ad una colonna, per poi fustigarlo alla presenza del giudice.

Si utilizzava in quel caso una frusta a due o tre lembi di cuoio, dove ogni striscia era dotata di pezzi di osso, metallo o legno per acuire il dolore e le lacerazioni inflitte.

Il suppliziato veniva così colpito circa 20 volte, ferendolo in maniera orribile ma senza compromettere la sua integrità fisica, in modo che fosse abbastanza in forze per proseguire con la procedura di crocifissione.

Rivestito e scortato dai soldati, il condannato veniva portato all’esterno ed era costretto a portare sulle spalle, con le braccia legate, il palo orizzontale che sarebbe stato utilizzato per la sua crocifissione.

Iniziava così una vera processione per tutta la città: molto spesso la gente insultava, malediva e lanciava piccoli oggetti al condannato, mortificandolo in ogni maniera, e umiliandolo pubblicamente.

Il suo percorso sarebbe inevitabilmente finito fuori dalle mura della città, dal momento che per legge nessuna crocifissione poteva essere eseguita entro il perimetro cittadino.

La crocifissione

Accompagnato in una zona deserta, il condannato trovava quasi sempre i pali verticali già saldamente impiantati.

I suoi aguzzini lo spogliavano e potevano sequestare e dividersi a loro piacimento gli abiti e i suoi ultimi averi, prima di inchiodarlo.

Si iniziava ad inchiodare le mani: il chiodo veniva fissato nei palmi o più spesso nei polsi, per avere maggiore resistenza, il condannato veniva poi issato sulla croce e si terminava con un ulteriore chiodo fissato nei due piedi accavallati uno sull’altro.

In realtà, se il suppliziato si fosse sorretto solamente sulle mani e sui piedi sarebbe presto caduto dalla croce: per questo era previsto che sotto le sue gambe si trovasse una piccola sporgenza, tale da farlo sedere a cavalcioni e permettergli di rimanere in posizione.

Iniziava così, una devastante agonia che, secondo le fonti, poteva durare anche alcuni giorni.

L’agonia sulla croce

Il principale problema del suppliziato, oltre all’iniziale terribile dolore per l’inserimento dei chiodi, era il peso della gabbia toracica che in quella posizione veniva fortemente compressa e gli impediva di respirare.

Per cercare di riprendere fiato, era così costretto a issarsi sulle mani ma soprattutto spingere con le gambe inchiodate, subendo un misto di senso di soffocamento e di lancinanti dolori che creavano un mix davvero micidiale.

Alcuni soldati presidiavano la zona, per evitare che parenti e amici potessero soccorrerlo: per il condannato non c’era scampo.

Nel corso del tempo, il dolore e il terrore aumentava e le energie mancavano sempre di più. Dopo una straziante agonia, il crocifisso moriva per collasso cardiocircolatorio e per dissanguamento.

Peggiorare il dolore o alleviare la sofferenza

Durante questo agghiacciante processo, esistevano dei metodi per peggiorare ulteriormente il dolore del condannato.

Attraverso alcune sostanze medicamentose che rimarginavano le ferite, ma soprattutto dei miscugli di mirra o di posca (acqua e aceto) si poteva risvegliare il suppliziato, facendogli percepire ancora di più il dolore e acuendo le sue sensazioni.

Al contrario, esistevano due metodi per dimostrare un minimo di pietà nei confronti del morituro: il primo, anche se paradossale, era quello di spezzargli le gambe. In questo modo il condannato non poteva più fare leva su di esse e il soffocamento giungeva molto prima, accorciando di alcune ore le sue pene.

Il secondo, più definitivo, era un colpo di grazia al costato, all’altezza del cuore, che lo avrebbe ucciso in pochi minuti, terminando le sue sofferenze.

L’abolizione della crocifissione

La crocifissione fu una pena capitale in vigore per tutta la storia romana, sia repubblicana che imperiale. Dobbiamo il suo termine all’imperatore Costantino.

Il primo imperatore cristiano, che traghettò l’impero romano verso la nuova confessione religiosa, fu un grandissimo riformatore. Nel 341 d.C., Costantino abolì la crocifissione dall’elenco delle pene che potevano essere inflitte da un tribunale pubblico, “per rispetto di Gesù“, che secondo la tradizione era stato giustiziato esattamente con questo terribile rito.

La crocifissione continuò ad essere praticata così solamente nel mondo orientale.

Fonti

  • CRUCIFIXION – By: Kaufmann Kohler, Emil G. Hirsch
  • Giovanna D. Merola; Amalia Franciosi, Manentibus titulis: studi di papirologia ed epigrafia giuridica, Satura Editrice, 2016
  • Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù, Mondadori, 1962
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