La prima guerra macedonica. La Macedonia di Filippo V contro Roma

Stampe di Roma

La prima guerra macedonica fu un conflitto svoltosi nel territorio dei Balcani, tra la Repubblica romana, alleata alla Lega Etolica e al Re Attalo I di Pergamo, contro Filippo V di Macedonia.

Filippo V tentò di estendere il suo potere nel Mediterraneo occidentale approfittando della sanguinosa guerra che Roma stava conducendo contro Annibale. La guerra si protrasse per diversi anni e giunse ad una situazione di stallo terminando con una pace generale.

Roma non ottenne conquiste territoriali, ma grazie ad un gioco di alleanze, e sfruttando le naturali divisioni fra i i popoli greci, i romani riuscirono a scongiurare il pericolosissimo scenario di una coalizione fra Cartaginesi e Macedoni.

Lo scoppio della guerra

 

Il Re Filippo V di Macedonia, seppur formalmente allo stesso livello delle altre città-Stato e nazioni greche, deteneva di fatto il controllo della situazione nei Balcani e rappresentava il garante della pace nel territorio.

Preoccupato per le sorti della guerra di Roma contro Cartagine, Filippo colse l’opportunità per tentare di estendere il suo potere verso la parte occidentale del Mediterraneo. Come ci riporta lo storico greco Polibio, un fattore importante che contribuì alla decisione di Filippo fu l’influenza di un certo Demetrio di Faro, precedentemente sconfitto ed esiliato dai romani, che riuscì ad infiammare il giovane governante e a prospettargli il governo universale sul mondo.

Filippo apprese mano mano delle vittorie di Annibale in Italia, e specialmente di quella ottenuta al lago Trasimeno, nel giugno del 217 a.C. Su consiglio di Demetrio, Filippo si mosse per fare pace con gli Etoli, un bellicoso popolo del sud della Grecia, per poter rivolgere con maggiore tranquillità le sue mire verso l’Illiria, odierna Croazia, e l’Italia. Filippo iniziò subito le trattative e riuscì a concludere con loro una pace che era fondamentale per il suo progetto.

Nell’inverno del 217 a.C, il Re macedone iniziò a costruire una flotta di 100 navi da guerra, addestrando gli uomini a governare delle imbarcazioni corazzate. Secondo Polibio si trattava di un operazione che nessun re macedone aveva mai fatto prima, il che dimostrava la grande ambizione di Filippo.

Sicuramente la Macedonia non aveva le risorse e le competenze per eguagliare le flotte dei romani, soprattutto per la mancanza di esperienza e di addestramento. Nonostante questo, Filippo scelse di continuare il suo progetto, costruendo delle piccole imbarcazioni sul modello dei pirati illirici.

In questo modo Filippo sperava di poter eludere le navi da combattimento romane o perlomeno di recare disturbo alla flotta nemica. Nel frattempo, Filippo ampliò i suoi territori ad ovest, lungo le valli dei fiumi Apso e Genusus, fino a giungere ai confini dell’Illiria. Filippo meditava di conquistare prima le coste illiriche e utilizzare il nuovo collegamento terrestre per muoversi contro Roma.

All’inizio dell’estate di quell’anno, Filippo e la sua flotta lasciarono la Macedonia, attraversarono lo stretto di Euripus e superarono capo Malea, arrivando al largo delle isole di Cefalonia e Leukas.

Mentre la flotta macedone si stava ancora schierando, giunsero notizie di alcune quinqueremi romane che erano state avvistate nei pressi di Apollonia.

Filippo si convinse che l’intera flotta romana aveva scoperto i suoi movimenti e si fosse mossa per catturarlo. Preso dalla paura, ordinò di ritornare immediatamente a Cefalonia, nel suo quartier generale.

Si trattò di una ritirata piuttosto disordinata, guidata certamente da un panico immotivato. In effetti i romani avevano inviato solamente uno squadrone di dieci navi in ricognizione, e non valutavano ancora Filippo come un autentico pericolo.

In questo modo il re macedone perse la sua migliore occasione per raggiungere i suoi obiettivi in Illiria. Tornato in Macedonia, il suo esercito non aveva perso nemmeno un uomo, ma la sua reputazione aveva subito un duro colpo.

Il trattato con Annibale

 

Mentre Filippo ragionava sul da farsi, giunse la notizia della vittoria di Annibale a Canne nel 216 a.C. Filippo intuì che il suo migliore alleato poteva essere il condottiero cartaginese e inviò immediatamente degli ambasciatori per negoziare un’alleanza. Nel 215 a.C venne concluso un trattato il cui testo ci è stato tramandato da Polibio.

L’accordo prevedeva sostegno e difesa reciproci. In caso di vittoria, Annibale aveva il diritto di fare pace con Roma, ma questa avrebbe dovuto includere anche Filippo. Roma avrebbe dovuto rinunciare al controllo di regioni fondamentali come Corcira, Apollonia, Faro e Atintania, e avrebbe dovuto restituire a Demetrio di Faro tutti i suoi possedimenti.

A onor del vero, nell’accordo non si fa menzione di un eventuale invasione dell’Italia da parte di Filippo, che probabilmente mirava a spartirsi i territori aldilà della penisola italica, a seguito di un ipotetica vittoria dei cartaginesi.

Gli emissari di Filippo, con in mano il trattato firmato da Annibale, vennero tuttavia intercettati dal comandante della flotta romana, Publio Valerio Flacco, il quale pattugliava la costa meridionale della Puglia.

I termini dell’accordo furono scoperti e Roma comprese di avere un altro terribile pericolo ad est.

La reazione romana

Il Senato Romano equipaggiò immediatamente 25 navi da guerra, che vennero posizionate a Taranto, con l’ordine di sorvegliare la costa adriatica italiana per cercare di capire le intenzioni di Filippo, pronte a sbarcare per un attacco direttamente in Macedonia.

Nell’estate del 214 a.C, Filippo tentò nuovamente di invadere la zona illirica via mare: con una flotta di 120 navi riuscì a catturare la città di Oricum e a risalire il fiume Aous, assediando Apollonia. Nel frattempo però i romani avevano spostato la loro flotta da Taranto a Brindisi per continuare a vigilare sui movimenti di Filippo, al comando di Marco Valerio Levino.

Dopo essere stato informato dei movimenti di Filippo in Illiria, Levino fece sbarcare il suo esercito e riuscì a riprendere la città di Apollonia con poco sforzo.

Filippo non poteva fare altrimenti: l’Illiria era fondamentale per il suo progetto, e il re macedone trascorse i due anni successivi cercando di conquistare la zona via terra, tenendosi lontano dalla costa, dove poteva essere avvistato dalle navi romane e cercando continuamente alleati che potessero essere utili alla sua causa.

Filippo riuscì a conquistare la città di Lisso, un importante porto sull’Adriatico, ma nel corso della guerra perse la sua flotta: questo significava che tutti i movimenti via mare dei Macedoni dipendevano esclusivamente da Cartagine, rendendo la prospettiva di un invasione dell’Italia piuttosto difficile e pericolosa.

La contromossa dei romani: l’alleanza con gli Etoli

La contromossa dei romani per arginare le mire espansionistiche di Filippo si basava sull’utilizzo di alleati in Grecia. Levino iniziò ad esplorare la possibilità di stringere accordi con la lega etolica, una popolazione di montanari piuttosto bellicosi e da sempre ostili ai macedoni.

In realtà gli Etoli avevano fatto pace con Filippo V a Naupatto nel 217 a.C, ma da tempo stavano considerando l’ipotesi di riprendere le armi contro il tradizionale nemico macedone.

Nel 211 a.C, fu convocata un’assemblea etolica per organizzare i primi colloqui con Roma: nel corso del concilio, Levino fu abile a sottolineare come la recente riconquista delle città italiche di Siracusa e Capua, strappate ad Annibale, fossero il segno che la guerra contro Cartagine stava andando a favore dei romani e che era conveniente allearsi con loro piuttosto che con i macedoni.

Così fu firmato un trattato in base al quale gli Etoli avrebbero condotto le operazioni militari di terra, mentre i romani avrebbero dispiegato le loro forze in mare. Una volta ottenuta la vittoria, i romani avrebbero tenuto per loro tutti gli schiavi conquistati mentre gli Etoli avrebbero ricevuto il controllo di qualsiasi territorio fossero riusciti a strappare a Filippo V.

La strategia di Filippo contro l’allenza Roma-Etolia

 

Appena venne a conoscenza dell’alleanza stretta tra i romani e gli Etoli, Filippo fu costretto a proteggere i suoi confini settentrionali: conquistò una serie di città dalla posizione strategica come Oricum e Apollonia, marciò attraverso la Pelagonia e mosse verso la Tracia, lasciando continui presidi militari nei principali punti di passaggio.

A questo punto del conflitto, Filippo ricevette una urgente richiesta di aiuto da alcuni suoi alleati, gli Acarnani. Secondo le informazioni dei loro esploratori, il capo degli Etoli aveva mobilitato tutto l’esercito e si stava preparando ad invadere il loro territorio.

Gli acarnani erano disperati ma determinati a resistere, tanto che tutti i maschi in grado di combattere giurarono solennemente e pubblicamente di lottare fino alla morte, invocando una terribile maledizione che avrebbe colpito tutti i concittadini che non si fossero prestati al servizio militare.

Gli Etoli, venuti a sapere della straordinaria resistenza e volontà degli Acarnani e del supporto militare che Filippo V gli stava accordando, abbandonarono l’idea di invadere il territorio.

La coalizione schierata contro Filippo e guidata dai Romani e dagli Etoli continuava però a crescere: le potenti città di Pergamo, Elis e Messenia e addirittura Sparta accettarono di unirsi all’alleanza contro la Macedonia.

La strategia romana di imbottigliare Filippo in una guerra di Greci contro Greci stava riuscendo alla perfezione.

La reazione di Filippo e gli Etoli in difficoltà

 

Filippo V non si arrese: nonostante le vedette degli etoli e degli spartani continuassero a monitorare i suoi spostamenti e a tallonarlo, il Re macedone ottenne dei nuovi successi militari: la conquista della città di Echino, catturata attraverso l’utilizzo di vaste opere d’assedio, e la presa di Falara, una città portuale.

Nella primavera del 209 a.C, Filippo ricevette una nuova richiesta di aiuto da uno dei suoi alleati: la lega degli Achei del Peloponneso, che era stata attaccata da Sparta e dagli Etoli.

Filippo, intuendo la possibilità di spezzare la coalizione nemica, marciò immediatamente a sud per conquistarsi la fiducia di un popolo, quello degli Achei, particolarmente efficace in battaglia. Filippo vinse due battaglie a Lamia, infliggendo pesanti perdite alle truppe avversarie.

Gli Etoli e i loro alleati furono addirittura costretti a ritirarsi all’interno delle mura delle loro città, dove decisero di non concedere ulteriori battaglie campali all’avversario.

Filippo, grazie alla collaborazione del generale acheo Cicliadas, organizzò un attacco congiunto alla città di Elide, che costituiva la principale base operativa degli Etoli. Ma il generale romano Sulpicio riuscì ad intervenire con 4000 soldati, salvando gli Etoli da disfatta sicura.

Durante lo scontro, Filippo V cadde addirittura da cavallo, continuò il combattimento in piedi e divenne oggetto di un feroce tafferuglio sul campo. Per un pelo, Filippo riuscì a montare su un altro cavallo e a salvarsi dagli inseguitori.

Instancabile, già il giorno successivo Filippo fu in grado di conquistare la fortezza di Pirrico, catturando 4000 prigionieri e 20.000 animali da tiro.

Filippo all’inseguimento dei capi nemici

 

La continua guerra, che sembrava protrarsi senza prospettive di uscita, stava preoccupando tutti. Attalo, il Re degli Etoli e il generale romano Sulpicio avviarono dei contatti diplomatici con rappresentanti dell’Egitto e dell’isola di Rodi, i quali ambivano alla pace, in quanto il conflitto stava compromettendo gli interessi commerciali in tutto il Mediterraneo Orientale.

Venuto a sapere della conferenza di pace e della presenza nello stesso luogo sia di Sulpicio che di Attalo, Filippo marciò rapidamente verso sud, nel tentativo di interrompere i trattati e catturare i leader nemici, ma fatalmente arrivò troppo tardi.

Il Re macedone fece un nuovo tentativo: intercettando i loro movimenti, Filippo piombò sugli eserciti avversari. Attalo, colto di sorpresa, riuscì a malapena a fuggire verso le sue navi e fu costretto a tornare a Pergamo

Tutte le principali potenze commerciali che erano rimaste ancora neutrali al conflitto stavano cercando di organizzare una pace.

Rendendosi conto che la guerra si stava protraendo da troppo tempo, Filippo acconsentì ad incontrare i rappresentanti di Egitto e di Rodi, ma le prime trattative furono infruttuose.

Nella primavera successiva, fu organizzata una nuova e grande conferenza per la pace, a cui parteciparono anche rappresentanti di Bisanzio, Chio, Mitilene e forse della stessa Atene.

Durante i trattati, Filippo era consapevole di trovarsi di fronte ad una formidabile coalizione di avversari, ma d’altro canto, il re macedone risultava quasi sempre il vincitore degli scontri più importanti, e ciò gli permise di dettare le condizioni di pace.

Gli Etoli furono messi alle strette: i loro guerrieri erano sfiniti, e Filippo aveva gravemente compromesso i loro territori. Roma era lontana, e l’alleanza dei generali italici non sembrava convincere più i capi militari etolici.

Nel 206 a.C, e senza il consenso di Roma, anche gli Etoli accettarono la pace alle condizioni imposte da Filippo, violando la loro alleanza con i romani.

Una sconfitta vincente

La guerra era stata tecnicamente vinta da Filippo V, tanto che la pace era stata conclusa alle sue condizioni, e il lavoro diplomatico romano, con il tradimento degli Etoli, era stato definitivamente smantellato.

Roma compì un ultimo tentativo di recuperare l’appoggio degli Etoli.

La primavera successiva, i romani inviarono il generale Publio Sempronio Tuditano con 35 navi e 11000 uomini a Durazzo, in Illiria. Filippo, informato dei fatti, preparò il suo esercito ad una difesa.

In quella occasione, Sempronio tentò nuovamente di convincere gli Etoli a rompere la pace con Filippo e a unirsi nuovamente a Roma contro il nemico comune.

Ma il consiglio degli Etoli scelse nuovamente di sbilanciarsi a favore della Macedonia.

Nonostante non avessero più alleati in Grecia, i romani avevano però raggiunto l’obiettivo di impedire a Filippo V di allearsi pericolosamente con Annibale.

Dopo alcune considerazioni del Senato, gli stessi romani si dichiararono pronti a firmare una pace per disinnescare un possibile nuovo conflitto con la Macedonia. La tregua generale fu stabilita nel 205 a.C, con la firma della cosiddetta “Pace di Fenice“, dal nome della città che ospitò i trattati.

Una decisione che pose ufficialmente fine alla prima guerra macedonica.

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