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Scipione Emiliano. Vita del distruttore di Cartagine

Stampe di Roma

Publio Cornelio Scipione Africano Emiliano (185–129 a.C), è stato uno dei più grandi generali e politici dell’antica Roma, noto soprattutto per aver guidato la terza guerra punica e aver portato a termine la distruzione definitiva della città di Cartagine.

La sua attività militare fu accompagnata anche da una notevole sensibilità per la scrittura e la filosofia mentre sul fronte puramente politico fu una figura sui generis, che ostacolò con forza le proposte di riforma di Tiberio Gracco. La sua morte, avvenuta in circostanze misteriose, è ancora oggi un enigma.

Giovinezza e incarico in Macedonia

Scipione Emiliano era il secondo figlio di Lucio Emilio Paolo Macedonico, il generale che aveva guidato le legioni romane alla vittoria durante la terza guerra macedonica, e di sua moglie Papiria Masonis. Scipione, già in giovane età, fu però adottato dal cugino, di modo che divenne nipote adottivo del famoso Scipione Africano, che aveva vinto il generale Annibale nella battaglia di Zama (202 a.C)

Suo fratello maggiore fu invece adottato da un figlio o probabilmente da un nipote di Quinto Fabio Massimo il temporeggiatore, anche lui importante statista romano, che aveva avuto un ruolo decisivo nella guerra contro Annibale in Italia.

Le prime esperienze di Scipione Emiliano risalgono alla terza guerra di Macedonia, che si svolse dal 171 al 168 a.C.

In particolare, Plutarco ci informa che il comandante in carica, Lucio Emilio Paolo, portava Scipione Emiliano con sé, in quanto incline ad imparare velocemente l’arte militare e dotato di una spiccata intelligenza. Vi è anche un episodio significativo della stima di Emilio per l’Emiliano, sempre raccontato da Plutarco: dopo la battaglia di Pidna, Emilio Paolo era particolarmente preoccupato, in quanto i suoi soldati non riuscivano a rintracciare il giovane Scipione Emiliano.

Temendo di averlo perso, Paolo era caduto in depressione e aveva organizzato una ricerca su vasta scala per ritrovare il figlio prediletto, che fu poi rintracciato con grandissimo sollievo.

La guerra numantina

Una seconda esperienza militare coinvolse Scipione Emiliano durante la guerra numantina (151-150 a.C). Già nel 152 avanti Cristo, il Console Claudio Marcello aveva presentato al Senato la richiesta di concludere una pace con i guerrieri celtiberi. Il Senato aveva però dato un giudizio negativo e anzi, appoggiando una politica aggressiva, aveva inviato il console Lucio Licinio Lucullo in Spagna per proseguire la guerra fino alla vittoria definitiva contro gli avversari.

Il reclutamento di nuovi uomini fu tuttavia particolarmente difficile, in quanto il protrarsi della guerra e le pesanti perdite romane costituivano un importante deterrente all’arruolamento di nuovi legionari. Secondo le fonti, il parere di Scipione Emiliano si sarebbe allineato con quello del console Marcello per il proseguimento della guerra. Sembra che lui stesso abbia chiesto al Senato di essere inviato in Spagna come tribuno militare o come legato di legione.

La decisione di Scipione Emiliano e il suo coraggio nel proporsi per una guerra tanto difficile, aumentò drasticamente la sua popolarità in ambito militare e, come ci racconta Polibio nelle sue “Storie”, diversi giovani romani iniziarono, sul suo esempio, ad offrirsi volontari per arruolarsi per la campagna.

Circa l’andamento della guerra, abbiamo delle fonti che ci confermano quanto Scipione Emiliano si fosse comportato con valore. Ricevette infatti in questo periodo una “corona murale“, un premio militare che veniva conferito al primo soldato che riusciva a scavalcare le fortificazioni di una città assediata.

Lo scrittore Floro ci parla addirittura di un duello diretto tra Scipione Emiliano e un Re dei Celtiberi, vinto dal comandante romano, che riuscì anche a conquistare la cosiddetta “Spolia opima“, un trofeo di guerra che consisteva nelle armature e nelle armi strappate direttamente dal corpo del nemico ucciso per propria mano. Si trattava di una uno dei trofei di guerra più onorevoli di tutto l’esercito romano.

La terza guerra punica e la distruzione di Cartagine

Scipione Emiliano stava rapidamente scalando i gradini della carriera militare ed era ormai ritenuto un generale di prim’ordine. La parte più importante della sua carriera da generale fu certamente legata alla terza guerra punica, che si svolse dal 149 al 146 a.C

La forza militare della città di Cartagine era stata ormai completamente ridimensionata dopo la sconfitta di Annibale e il trionfo di Roma nella guerra punica precedente. Tuttavia, nel popolo e nel Senato Romano rimaneva ancora un forte risentimento nei confronti dei cartaginesi e una continua paura che questi potessero riarmarsi e riprendere la guerra.

È passata alla storia la frase “Cartagine deve essere distrutta“, pronunciata dall’integralista Catone il Vecchio, che al termine di ogni discorso in Senato ribadiva la necessità di porre completamente fine all’esistenza della città di Cartagine. Nel 350 a.C, i cartaginesi lanciarono un’appello proprio a Scipione Emiliano, affinché agisse come mediatore nei confronti del principe di Numidia, Massinissa che invadeva sistematicamente il loro territorio.

In realtà il principe numida era appoggiato dalla fazione anti cartaginese di Roma, perché continuasse a depredare i territori dell’odiata città e creasse il Casus Belli necessario per poter riprendere la guerra. E il casus belli puntualmente arrivò. I cartaginesi, dal momento che i romani rimandavano consapevolmente il loro intervento, decisero di violare i patti che erano stati presi al termine della seconda guerra punica e armarono di loro iniziativa un esercito di 50.000 mercenari per contrastare Massinissa.

I romani ebbero così l’occasione che aspettavano per poter riprendere le ostilità nei confronti di Cartagine.

Nelle primissime fasi della terza guerra punica, i romani subirono diverse sconfitte, ma nel 147 a:C, Scipione Emiliano, benché non avesse l’età legale, fu eletto console e, saltando le procedure regolari che si basavano sull’estrazione a sorte, fu assegnato come generale per condurre la guerra in Africa. Iniziò così un anno di combattimenti feroci attorno al territorio di Cartagine, che si conclusero con uno degli assedi più disperati e devastanti della storia.

Scipione Emiliano riuscì finalmente a fare breccia nelle mura di Cartagine, imprigionando cinquantamila uomini, circa un decimo della popolazione della città. Diede ordine ai cartaginesi di evacuare, risparmiandogli la vita come gli era stato ordinato dal Senato: dopodiché i legionari ebbero il comando di incendiare e radere completamente al suolo Cartagine, arando il territorio circostante.

A questo punto della storia vi è un luogo comune profondamente sbagliato. Secondo la tradizione, Scipione Emiliano avrebbe versato del sale su tutta la città di Cartagine, per dichiarare quella terra maledetta e impedire che potesse crescere qualsiasi tipo di raccolto. In realtà si tratta di una bufala storica: il sale era un elemento piuttosto pregiato nel periodo romano e nessun generale avrebbe sparso una quantità così considerevole di un bene tanto prezioso come il sale

In realtà questo racconto deve essere visto sotto l’aspetto simbolico: la maledizione degli Dei nei confronti della più odiata città dai Romani.

Scipione Emiliano fece ritorno a Roma dove ottenne il trionfo militare e in quella occasione potè aggiungere al suo nome l’appellativo di “Africano” per la sua vittoria.

La campagna contro i Celtiberi e l’assedio di Numanzia

Nel 134 a.C, il Senato romano era consapevole che Scipione Emiliano era probabilmente l’unico generale in grado di guidare l’esercito alla vittoria sui guerrieri Celtiberi. Questi avevano la loro capitale nella città di Numanzia e tenevano testa alle legioni romane da ormai nove anni, sfruttando efficacemente la loro conoscenza del territorio. Un altro elemento importante era che gli eserciti acquartierati in Spagna erano indisciplinati e mal organizzati e non riuscivano a combattere efficacemente il nemico.

Scipione Emiliano, arrivato sul posto come generale incaricato di condurre la guerra, si occupò innanzitutto di riprendere il controllo e la disciplina delle legioni, imponendo delle marce massacranti, ordinando la costruzione e l’immediata demolizione di alcuni accampamenti a puro fine di esercitazione e attuando dei regolamenti particolarmente stretti. Una volta che l’esercito ebbe recuperato la classica disciplina propria dei romani, Scipione Emiliano accampò i legionari vicino alla città di Numanzia.

Anziché attaccare gli avversari attraverso la via più breve, dove i romani avevano più volte subito delle imboscate, fece una deviazione attraverso la terra dei Vaccaei che erano soliti rifornire i numantini di cibo. Nonostante diverse imboscate da parte dell’avversario, Emiliano riuscì sempre a condurre i suoi uomini in salvo.

Molto spesso l’esercito veniva fatto marciare di notte, ed Emiliano si preoccupava che i rifornimenti di acqua avvenissero da fonti diverse rispetto a quelle consuete, per minimizzare il rischio di ulteriori imboscate. Marciò attraverso il territorio dei Caucaei fino a presentarsi di fronte all’avversario, assieme ad un rinforzo giunto da Giugurta, figlio del re di Numidia, che portava con sé arcieri, frombolieri e 12 elefanti da guerra.

Scipione avviò quindi l’assedio della città di Numanzia, costruendo 9 chilometri di fortificazioni, un muro alto 3 m e largo 2 metri e mezzo e costruendo un enorme terrapieno. Le fortificazioni consistevano anche in due torri posizionate lungo il corso del fiume Douro oltre ad un consistente numero di travi dotate di coltelli e punte di lance che la corrente del fiume muoveva continuamente: il suo obiettivo era quello di impedire che gli assediati potessero utilizzare il fiume per scappare.

Alla fine, Numanzia fu presa per fame e i cittadini mandarono degli ambasciatori per arrendersi formalmente all’esercito di Scipione l’Emiliano. Le principali sacche di resistenza vennero stroncate e i principali capi militari giustiziati, mentre il resto degli uomini fu ridotto in schiavitù. Dopo questo ennesimo successo, Scipione ritornò a Roma tra gli onori, potendosi fregiare dell’ulteriore soprannome di “Numantino“.

Un avversario dei Gracchi

La storia di Scipione l’emiliano è interessante anche dal punto di vista politico. Secondo alcuni autori antichi e diversi studiosi moderni, Scipione Emiliano non condivideva diverse posizioni degli ottimati, la fazione aristocratica di Roma. Si dimostrò in particolare disaccordo con le riforme promosse da Tiberio Gracco in qualità di tribuno della plebe, che aveva promosso una importante legge per redistribuire la terra alle fasce più povere della popolazione romana.

Tiberio Gracco, venne infine ucciso, nell’ambito di una lotta politica che ormai non risparmiava l’utilizzo della violenza. Secondo Plutarco, Scipione Emiliano fu completamente estraneo all’omicidio di Gracco, anche perché all’epoca della sua morte, Emiliano si trovava a condurre la guerra in Spagna. Ma mentre si trovava a Numanzia, e seppe della morte di Tiberio, sembra che Emiliano abbia risposto attraverso un verso dell’Odissea di Omero: “Così possano perire tutti coloro che si impegnano In tali complotti senza legge.”

Anche dopo il suo ritorno a Roma, sembra che Scipione Emiliano facesse fatica a dissimulare la soddisfazione per la morte di Tiberio Gracco e il contrasto alle misure sostenute da quest’ultimo fu sempre palese, in ogni occasione ufficiale. Questa avversità nei confronti di un tribuno della plebe che aveva perso la vita, gli attirò anche le antipatie di una parte della popolazione.

La lotta politica che imperversava a Roma dopo la morte di Tiberio Gracco, consisteva in una fazione, quella dei plebei, che tentava di dare attuazione al provvedimento ridistribuendo le terre fra i cittadini romani, e l’aristocrazia che ostacolava questo processo.

Sicuramente Scipione Emiliano si pose contro il tentativo di attuazione della legge, fino a che, in maniera inaspettata, morì.

La morte misteriosa

Secondo Appiano non si seppe mai se Scipione Emiliano fu assassinato tramite veleno da Cornelia, la madre dei Fratelli Gracchi, che lo aveva naturalmente in odio e preoccupata che la riforma di Tiberio potesse essere abrogata o se forse lo stesso Scipione Emiliano sia ricorso del suicidio, vedendo il crollo della sua popolarità.

Tuttavia Appiano ci racconta che, secondo alcune testimonianze di schiavi sottoposti a tortura, alcune persone si erano introdotte furtivamente in casa di Scipione Emiliano, soffocandolo. Plutarco scrisse che Scipione Emiliano morì in casa dopo l’ora di cena: non vi sono delle prove convincenti che possano confermare l’avvelenamento, ma anche a Plutarco risultano delle voci di un veleno somministrato da persone a lui vicine e dell’irruzione di alcuni nemici che avrebbero tentato di soffocarlo nel corso della notte.

Dal momento che il corpo di Scipione Emiliano fu esposto per un certo periodo, Plutarco conferma che vi erano dei pallidi segni di colpi sul suo corpo, che avrebbero potuto indicare un tentativo di violenza nelle ultime ore prima della morte. I sospetti più pesanti caddero su Fulvio Flacco, storico avversario politico di Emiliano, che lo stesso giorno della morte lo aveva attaccato in un discorso pubblico di fronte al popolo.

Anche Caio Gracco, fratello ancora in vita di Tiberio, fu sospettato. Ma dal momento che la sua figura, quella del fratello sopravvissuto, era particolarmente cara ai Romani, la popolazione si oppose decisamente a qualsiasi tipo di processo nei suoi confronti.

Nonostante le circostanze della morte di Scipione Emiliano siano ancora particolarmente confuse a distanza di secoli, l’Emiliano rappresenta uno dei più grandi generali di Roma, il vero e proprio distruttore della città di Cartagine e figura politica di rilievo nell’eterna lotta tra patrizi e plebei.

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