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Il trionfo nell’Antica Roma. Svolgimento e significato

Stampe di Roma

Il trionfo romano era una spettacolare parata celebrativa che si teneva nella città di Roma ed era dedicato ad un comandante militare che avesse ottenuto un’importante vittoria sul campo di battaglia.

Si trattava di una delle massime onoreficenze, concessa esclusivamente dal Senato, e consisteva in un vero e proprio spettacolo di propaganda, particolarmente sontuoso, che ricordava al popolo la gloria di Roma e la sua superiorità militare su tutte le altre nazioni del mondo.

IL TRIONFO IN ETA’ ARCAICA

Le fonti ci tramandano di alcuni trionfi durante l’epoca arcaica e monarchica. Non abbiamo particolari dettagli su queste rappresentazioni celebrative, ed è probabile che questi fenomeni siano avvolti dalla leggenda, come gran parte della storia dei primi 250 anni di Roma.

Comunque, gli storici romani descrivono i trionfi del periodo monarchico come una processione dalla natura prettamente religiosa, che prevedeva l’offerta di derrate alimentari al Dio della fertilità Liber, per garantire un buon raccolto. Questa tradizione potrebbe derivare dagli Etruschi, anche se mancano delle conferme definitive.

IL TRIONFO IN ETA’ REPUBBLICANA

Nel periodo repubblicano, abbiamo invece fonti più certe. Secondo lo storico Orosio, che visse nel V secolo d.C., vi furono 320 trionfi a Roma, fino al I secolo d.C. Esiste anche un elenco, seppur abbastanza frammentario, nei Fasti Triumphales, dove furono registrati tutti i trionfi della Repubblica e che probabilmente fu esposto al pubblico per la prima volta sull’arco di Augusto del 20 a.C, nel foro romano.


In particolare alla fine delle guerre puniche, venne stabilita una procedura generale fissa per regolamentare il trionfo concesso ad un generale.

Innanzitutto il comandante, già sul campo di battaglia, otteneva delle grida di ovazione e di approvazione direttamente dai legionari che lo chiamavano con il titolo onorifico di “Imperatore“.

Il termine “imperatore”, che siamo abituati a collegare a personaggi come Augusto, Traiano o Adriano, in epoca repubblicana poteva essere attribuito anche a più persone, ovvero a generali vittoriosi che meritavano di detenere il massimo potere militare.

A questo punto, il generale inviava un messaggero ufficiale a Roma, con una tavoletta e una corona d’alloro, il simbolo della vittoria fin dai giochi olimpici della la Grecia, direttamente al Senato romano.

Se questo confermava la vittoria ottenuta sul campo e riconosceva a questo evento una importanza sufficiente, veniva concessa la cosiddetta “Salutatio imperatoria”, una specie di prima “approvazione” da parte del Senato, che permetteva alla procedura di proseguire.

Il comandante aveva ora diritto di portare un fascio littorio, costituito da un fascio di verghe e da un’ascia, il simbolo dell’autorità del magistrato, assieme ad alcune corone di alloro.

Il generale poteva marciare assieme al suo esercito verso la capitale, ma doveva rigorosamente fermarsi appena fuori dal “Pomerium”, il confine sacro della città di Roma, che nessuno poteva superare in armi.

Il generale non aveva alcuna possibilità di recarsi fisicamente verso del Senato, ma erano piuttosto i senatori che si recavano presso di lui e lo accompagnavano nel tempio di Bellona, per ascoltare la sua richiesta ufficiale di concessione del trionfo.

A questo punto, il generale richiedeva il trionfo, per sé e per i suoi soldati, adducendo le sue motivazioni e ricordando le gesta che erano state compiute sul campo di battaglia.

A volte poteva essere necessario parecchio dibattito specie se il generale aveva degli avversari politici importanti, ma per le vittorie più schiaccianti e per i generali più acclamati, il trionfo veniva concesso quasi automaticamente.

Le cerimonie del trionfo variavano di volta in volta ma molti elementi comuni diventano evidenti nel corso del tempo. In generale il trionfo impiegava un’intera giornata. Il comandante iniziava con un discorso di buon mattino: parlava davanti al Senato, ai magistrati, al suo esercito e al pubblico che correva ad ammirarlo.

La folla aveva la possibilità di salutarlo e di ammirarlo, e venivano fatte offerte agli Dei e preghiere di ringraziamento. Il generale lodava puntualmente le sue legioni e menzionava specifici soldati che si erano distinti per coraggio, concedendogli dei premi e delle medaglie al valore.

Dopo questa fase, il vincitore indossava delle speciali vesti color porpora e offriva ulteriori sacrifici agli Dei. Era questo il momento clou.

Il corteo trionfale iniziava la sua sfilata da un punto preciso, la “Porta Trionfale”, una zona di Roma che rappresentava convenzionalmente il punto di partenza dei trionfi, per poi attraversare le vie e le piazze principali di Roma lungo un percorso scelto dal comandante.

In prima fila vi erano i consoli e i politici più eminenti della città, seguiti da un impressionante numero di prigionieri prelevati dal campo di battaglia.

Molto spesso, alcuni episodi della battaglia venivano rappresentati alla folla tramite dipinti, su pannelli di legno, o attraverso vere e proprie rappresentazioni impersonate dai prigionieri di guerra.

In caso di un trionfo per una battaglia navale, spesso si utilizzavano dei becchi di navi e attrezzature nautiche, che permettevano di ricostruire i principali movimenti accaduti sul mare.

Seguivano musicisti e portatori di fiaccole per rendere più sfarzosa la cerimonia, così come il lancio di fiori e l’esibizione di animali esotici, spesso provenienti dalla regione conquistata.

Dopo di che, veniva fatto sfilare il bottino di guerra: quintali di oro e di argento, messi in bella mostra di fronte al pubblico. Seguivano i magistrati, chiamati “littori”, che portavano dei fasci adornati di foglie di alloro e, infine, arrivava il turno del comandante vittorioso.

Protagonista dello spettacolo, il vincitore era rappresentato come un Dio, e cavalcava uno spettacolare carro a sponde alte trainato da quattro cavalli bianchi. Indossava una corona di alloro e portava un ramo, sempre di alloro, nella mano destra. Nella mano sinistra, uno scettro d’avorio con l’Aquila, simbolo del trionfo di Roma.

Era accompagnato da uno schiavo il cui compito era tenere sopra la sua testa una corona d’oro, ma allo stesso tempo sussurrargli continuamente all’orecchio che nonostante tutta questa adorazione doveva ricordare di essere solamente un uomo, e non un Dio.

Dopo il carro del comandante, venivano fatti sfilare i suoi figli e gli ufficiali a cavallo.

Alchè, arrivavano le truppe, che di solito cantavano delle canzoni allegre per allontanare la gelosia degli Dei, ma molto spesso per prendere bonariamente in giro il loro generale. 

Quando l’intera processione raggiungeva il tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio, il comandante trionfante poteva compiere un plateale gesto di magnanimità, liberando un paio di prigionieri.

Dopodiché, era l’ora del sacrificio di un toro e dell’offerta di alcuni pezzi pregiati del bottino di guerra in onore di Giove.

Infine gli ospiti più eminenti si sedevano ad un grande banchetto all’interno del tempio, che proseguiva per ore. Dal tardo periodo repubblicano in poi, il banchetto poteva essere generosamente offerto alla popolazione.

Al termine della festa, una folla di sostenitori ed entusiasti accompagnava il generale nella sua abitazione, assicurandosi che arrivasse sano e salvo a casa.

I TRIONFI PIU’ IMPORTANTI

Con il passare del tempo, ogni trionfo diventava sempre più grande e sgargiante. I principali trionfi dell’epoca repubblicana furono certamente quelli di Pompeo Magno, che ottenne tre trionfi nel 80, 71 e 61 a.C, uno più strabiliante dell’altro.

Questo maestro della propaganda commemorativa arrivò persino a costruire il primo teatro in pietra di Roma per assicurarsi che la sua gloria fosse ricordata per i secoli a venire.

Giulio Cesare fece ancora di meglio, e costruì un intero foro dedicato alle sue vittorie, finanziando i lavori di costruzione con il bottino delle sue innumerevoli battaglie. Forse nessuno trionfo fu sfarzoso come quelli dedicati a Cesare dopo le sue ultime conquiste, con interi mesi di festeggiamenti, che superarono lo spazio più inimmaginabile.

IL TRIONFO IN EPOCA IMPERIALE

Augusto, primo imperatore di Roma e politico di levatura eccezionale, ridusse drasticamente il numero dei generali che potevano ottenere il trionfo e si assicurò che solamente la famiglia imperiale potesse essere celebrata con così tanto splendore.

L’ultimo trionfo di un personaggio non appartenente alla dinastia imperiale fu quello di Cornelio Balbo, concessogli nel 19 a.C, per le sue campagne in Africa.

Ma dopo quell’ultima occasione, i trionfi non vennero più concessi se non direttamente agli imperatori. Tanto è vero che Marco Vipsanio Agrippa, braccio destro di Augusto ma estraneo alla sua famiglia, rifiutò il trionfo nel 14 a.C.

I più grandi trionfi in epoca imperiale furono certamente quelli degli imperatori Vespasiano e di suo figlio Tito nel 71 d.C, per la loro vittoria in Giudea: in quella occasione vennero esibite le ricchezze prelevate dallo sfarzoso tempio di Gerusalemme e venne addirittura innalzato un arco di trionfo in loro onore.

Ma da quel periodo in poi, i trionfi divennero mano mano eventi sempre più rari. Nei successivi 200 anni se ne verificarono meno di 20.

Probabilmente, uno degli ultimi trionfi offerti alla popolazione di Roma fu quello del 313 d.C, in onore di Diocleziano e Massimiano dopo le loro vittorie in Africa e Britannia.

Alcuni storici considerano l’ultimo grande trionfo quello di Belisario, che sconfisse i persiani e vandali, anche se in quella occasione la processione si tenne a Costantinopoli, e non più a Roma.

COSA RIMANE DEI TRIONFI ROMANI?

Oltre alle grandi parate che rimangono nell’immaginario collettivo, anche per il contributo di Hollywood, quello che ci rimane dei trionfi è una consistente produzione architettonica.

A fianco dei trionfi venivano spesso costruiti degli interi archi monumentali, che diventavano un modo efficace e duraturo per commemorare la grandezza dei governanti e l’epicità delle vittorie militari.

A distanza di 2000 anni, gli archi di trionfo, che venivano puntualmente costruiti subito dopo queste sfarzose processioni, sono i simboli principali della vanità romana, e dominano ancora il paesaggio urbano di molte città moderne.

Articolo originale: Roman Triumph di Mark Cartwright (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Andrea Finzi

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