Viriato: il capo guerriglia dei Lusitani che impressionò Roma

Stampe di Roma

Viriato è stato uno dei più grandi avversari di Roma. Il suo popolo, quello dei Lusitani, fu in grado, grazie alla sua carismatica ed insostituibile guida, di opporre una fiera resistenza alla potenza militare romana, basata su azioni di guerriglia straordinariamente efficaci, che misero in crisi diversi generali e provocarono molte perdite tra i legionari.

Viriato perse la guerra nel lungo periodo, soffrendo la capacità di Roma di dispiegare un ingente numero di uomini, e venne infine tradito dai suoi collaboratori più stretti. Ma la sua figura di ribelle rimane nella storia come esempio di coraggio e di determinazione.

La vittoria di Roma sui Lusitani

I Lusitani erano una tribù celto-iberica che abitava l’odierno Portogallo. Nel 206 a.C Roma era riuscita a conquistare i territori della Spagna meridionale che appartenevano ai cartaginesi, incontrando immediatamente la resistenza delle popolazioni del luogo.

Le rivolte si espansero fino alla zona centrale della Spagna. Tra gli avversari dei romani, i Lusitani si rivelarono fin da subito tra i più difficili da domare: nel 194 a.C iniziarono una serie di razzie ai danni dell’esercito romano, il che mise in seria discussione la sicurezza delle neocostituite province.

In realtà il rapporto tra romani e Lusitani ebbe un periodo di tregua: questa pace momentanea fu dovuta alla eccellente mediazione di un grande politico romano, il governatore Tiberio Sempronio Gracco, il quale riuscì a venire a patti con i guerriglieri Lusitani e ad instaurare un clima di collaborazione che portò alla tregua militare.

In questo contesto nasce il nostro Viriato. Cresciuto in una tribù dalla vocazione fortemente guerriera e dedita alla sistematica razzìa, Viriato osservò il rapido deterioramento dei rapporti con Roma. Sempronio Gracco lasciò il comando ad una serie di funzionari che si dimostrarono quasi sempre corrotti, iniziando ad opprimere le tribù con una serie di tasse e di tributi insostenibili.

I Lusitani inviarono più volte delle delegazioni al Senato romano per chiedere che la situazione venisse risolta con una tassazione più onesta, ma l’aristocrazia romana dimostrò di sottovalutare la situazione, e le tribù ripresero le ostilità avviando delle nuove rivolte nella provincia di Hispania Ulterior nel 154 a.C

Iniziarono così una serie di vittorie da parte dei Lusitani che preoccuparono particolarmente i romani: i guerriglieri furono in grado di attaccare i possedimenti romani in Africa, riportando una serie di successi. Di lì a poco, lo stesso governatore della Hispania Ulterior Servio Sulpicio Galba, subì una sconfitta sul campo.

Le trattative tra Galba e i Lusitani

Nonostante la loro fiera resistenza ai romani e le vittorie che avevano conseguito, Roma era in grado di dispiegare un quantitativo di uomini straordinario. Per questo motivo, attorno al 150 a.C, i capi dei Lusitani ritennero di dover venire a patti con la potenza militare Romana. 30.000 guerrieri erano pronti a deporre le armi, e avviarono con Sulpicio Galba una serie di trattative .

Galba ordinò ai soldati di dividersi in tre gruppi e, con una scorta di legionari sempre vigili, le tre unità di guerrieri Lusitani vennero allontanate l’una dall’altra perché non potessero darsi manforte.

Galba si avvicinò al primo gruppo di guerrieri, accompagnato dai suoi ambasciatori e magistrati, chiedendo di deporre le armi e di avviare trattative di pace con Roma. I Lusitani accettarono, ma a loro insaputa, i legionari si erano avvicinati e avevano compiuto un attacco a sorpresa, durante il quale diversi uomini persero la vita.

Gli altri, arrestati sul posto, vennero fatti schiavi .

Anche gli altri due gruppi furono trattati nella stessa maniera: una finta trattativa di pace per eseguire un attacco a tradimento e risolvere rapidamente il conflitto.

Galba aveva utilizzato l’astuzia per chiudere la partita con i Lusitani, ma al momento di dividere il bottino, secondo diverse fonti antiche, aveva tenuto per sè la maggior parte dei guadagni.

Il comportamento di Galba non piacque al Senato romano, sia per il modo poco onorevole con cui aveva ottenuto la vittoria, sia per un arricchimento personale che aveva scontentato gran parte dell’esercito.

L’ascesa di di Viriato come capo della guerriglia

Tra i sopravvissuti al massacro di Galba c’era proprio Viriato, che giurò solennemente di vendicarsi contro Roma e di ridare la libertà al suo popolo. Nel 147 a.C, Viriato era già a capo di un considerevole numero di guerrieri, riuscendo a portare la guerra nella zona della Turdetania.

Immediata fu la reazione del generale romano di quella zona, Gaio Vitilio, che con i suoi legionari riuscì ad intrappolare i Lusitani sulla riva di un fiume.

Messi alle strette, i Lusitani chiesero subito la pace ai romani: Vitilio pensò di accettare le loro richieste per non proseguire ulteriormente il conflitto, imponendo la consegna delle armi.

Una parte dei suoi uomini voleva arrendersi, ma il carisma di Viriato portò ad un moto di orgoglio da parte dei combattenti, che si dichiararono pronti a riprendere le ostilità.

Adesso Viriato era a capo di un grande contingente di uomini e di cavalleria, pronto a combattere fino alla morte. Tramite alcune azioni di cavalleria, Viriato fu in grado di mettere rapidamente in crisi le linee romane e, approfittando della confusione generata dal suo attacco improvviso, la fanteria dei Lusitani riuscì a disimpegnarsi dal blocco romano e a riguadagnare la libertà sul territorio.

Lo stesso Viriato riuscì a sfuggire ai romani e raggiungere il resto dell’esercito di lì a poco.

Vitilio tentò di inseguire i fuggitivi, ma questi, armati alla leggera, si spostavano molto più velocemente rispetto ai legionari pesantemente equipaggiati.

Viriato addirittura fu in grado di capovolgere la situazione ed attirò i romani verso la valle del fiume Barbesula, riuscendo a far avanzare la colonna di legionari fino ad uno stretto passaggio, coperto da alcuni boschi sui lati: un luogo perfetto per un’imboscata.

La cavalleria di Viriato attaccò il fronte dei soldati mentre altri uomini piombarono sui romani dai fianchi. Le armi dei Lusitani fecero strage: armati alla leggera, veloci ed agili, con la loro famosa spada a forma di falce ricurva, i Lusitani inflissero quattromila morti ai romani: lo stesso comandante Vitilio cadde proprio in questa occasione, accanto ai suoi uomini.

Le vittorie stavano portando sempre più seguaci dalla parte di Viriato, il quale, con calcolata modestia, fu particolarmente attento a dividere con grande correttezza il bottino con gli altri capi tribù, e diede l’esempio ai suoi guerriglieri conducendo una vita estremamente frugale.

Nel 146 a.C, Viriato decise di eseguire un nuovo attacco ai danni dei territori romani: i suoi uomini irruppero nella zona dei Carpetani. I romani schierarono immediatamente un contingente di soldati, ma Viriato, facendo un sapiente uso della tattica del mordi e fuggi, fu in grado di infliggere gravi perdite ai manipoli.

Di lì a poco, Viriato riuscì a sconfiggere un altro esercito romano che stava tentando di stanare i suoi uomini intorno al Monte di Venere.

Questa fu probabilmente la sua vittoria più grande: Viriato riuscì persino ad esporre le insegne rubate ai legionari come trofeo di guerra. Fu esattamente in questo momento che il capo guerriglia lusitano raggiunse il momento di massima gloria, rispettato e temuto proprio perché il suo popolo stava tenendo testa alla più potente forza militare della sua epoca.

La fine della fortuna di Viriato

Dalla sua parte stava un innegabile carisma e delle capacità tattiche notevoli, ma una buona parte del successo che Viriato stava ottenendo contro Roma era dovuto al fatto che i soldati romani erano impegnati in altre due guerre importanti: la quarta guerra macedonica e la terza guerra punica.

Nel 145 a.C, avendo chiuso i conti con questi fenomenali nemici e potendo disporre di molti più uomini rispetto a prima, il generale Fabio Massimo Emiliano, si recò nella zona con 2000 cavalieri, con l’ordine di chiudere i conti con Viriato.

Emiliano si preoccupò di addestrare con particolare efficacia i suoi uomini, soprattutto alle tecniche di controguerriglia, per opporsi efficacemente all’avversario. Nel 144 a.C Emiliano affrontò Viriato conseguendo una vittoria sul campo. Ma quando fu sostituito, l’anno successivo, da Quinto Pompeo, Viriato riuscì nuovamente a infliggere sconfitte ai romani e a recuperare la sua aura di invincibilità.

Nel 142 a.C, il nuovo console, Fabio Massimo Serviliano si recò sul territorio con 20mila soldati: Serviliano riuscì subito a sconfiggere Viriato in una battaglia campale tenutasi vicino alla città di Tucci. Viriato non si diede per vinto, e cercò di utilizzare nuovamente la tecnica del mordi e fuggi per fiaccare i romani, riuscendo ad uccidere tremila legionari.

Tuttavia, anche l’esercito lusitano cominciava a subire notevoli perdite: Viriato, dimostrando una buona dose di realismo, capì che alla lunga la sua guerra non poteva condurre alla vittoria totale e dunque inviò degli emissari a Roma chiedendo semplicemente che i confini della Lusitania fossero rispettati e che la sua tribù venisse proclamata dal Senato “Amica del Popolo romano”, in cambio della cessazione delle ostilità.

Il Senato accettò la proposta di Viriato, ottenendo una tregua importante, che diede respiro all’esercito romano.

Ma l’opinione pubblica romana e l’aristocrazia guerriera, non poteva accettare che un nemico così pericoloso e che aveva inflitto tante perdite ai legionari potesse rimanere senza una punizione. Il pericolo di nuove insurrezioni era sempre dietro l’angolo: così i romani provocarono appositamente i Lusitani per ottenere il riaccendersi del conflitto, che avvenne nel 140 a.C.

Stavolta, il capo delle operazioni, il Console Servilio Cepione, penetrò con i suoi uomini nella Spagna ulteriore, e inseguì l’esercito di Viriato fino alla zona della Carpentania e della Lusitania, il cuore della sua terra.

Le forze romane annientarono tutto quello che trovarono al loro passaggio, mettendo a ferro e fuoco ogni città. Le forze di Cepione furono ulteriormente incrementate dagli uomini del generale Popilio Lenate, che proveniva direttamente dalla provincia della Hispania Citeriore.

I Lusitani si dichiararono pronti alla pace, impressionati da un tale dispiegamento di uomini. Lenate accettò la proposta, pretendendo la consegna delle armi .I romani decisero di punire i guerrieri che si erano ribellati tagliando loro le mani, secondo una moda che vigeva nella stessa tradizione delle tribù lusitane ed ispaniche.

La morte di Viriato

Viriato era stato uno dei principali avversari di Roma, ma la sua tecnica dell’attacco e del contrattacco, sebbene avesse ottenuto diversi successi, non poteva funzionare nel lungo periodo. Roma era in grado di dispiegare una quantità enorme di uomini e di stanare il nemico ovunque si trovasse.

Ma per chiudere definitivamente il conflitto, Roma esigeva la morte di Viriato, personalità troppo forte e pericolosa per rimanere in vita. Qui i romani giocarono d’astuzia: presero accordi con uomini vicini a Viriato, i quali, fingendo di dover conferire con lui per decidere il proseguio della guerra ed eventuali trattative di pace con Roma, si avvicinarono alla sua tenda e lo trafissero alla schiena mentre era addormentato.

La morte di Viriato fu accolta con grandissima sofferenza da parte degli uomini che lo avevano seguito, e per certi versi Roma fu ingrata con gli assassini, che chiedevano di essere pagati per il loro servizio e che invece rimasero puntualmente a bocca asciutta.

Il corpo di Viriato fu vestito dai suoi amici con abiti splendenti e bruciato su una pira funeraria, tra la commozione generale.

Privi del loro capo, e senza una personalità in grado di sostituire quella di Viriato, la maggior parte dei Lusitani decise di arrendersi definitivamente al Generale Lenate. Il comandante romano accettò le proposte di pace dei Lusitani, ma ebbe l’intelligenza e la lungimiranza di rispettare gli accordi e di non sfruttare eccessivamente le tribù lusitane per non riaccendere il conflitto.

Roma assegnò terreni agricoli ad una gran parte delle tribù lusitane, permettendogli di vivere serenamente sul territorio, mentre altri guerrieri vennero deportati come coloni in altre zone della Repubblica Romana.

La Lusitania riuscì a rimanere libera dal diretto dominio dei romani almeno fino al regno dell’imperatore Augusto, quando la conquista dell’intera Hispania venne completata e la Lusitania fu trasformata definitivamente in una provincia assoggettata a Roma.

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